Necktie Youth

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Quando un perché non c’è

Si tende sempre a cercare un motivo, una spiegazione e una giustificazione nelle cose, per provare a comprendere cosa si cela dietro un gesto e un azione apparentemente inspiegabili, improvvisi e inaspettati. Ebbene, molte volte una risposta c’è, esiste poiché si palesa; altre volte è la somma di tanti piccoli disagi, paure e tormenti che, insieme, si tramutano in un ostacolo insormontabile da affrontare. Moltissime altre volte, al contrario, un perché non c’è e rimane inaccessibile e sconosciuto agli occhi delle persone. In tal senso, il suicido di Emily, protagonista ectoplasmatica dei ricordi dei protagonisti di Necktie Youth, è un mistero che rimarrà tale, quanto basta per dare il via all’immancabile valzer di ipotesi e congetture che normalmente vi gravita intorno.
La ragazza decide di suicidarsi il giorno dell’anniversario della rivolta di Soweto del 1976, il 16 giugno: lo fa nel giardino di casa, curandosi di mettere in streaming il proprio congedo dalla vita. Già la data e l’esposizione mediatica della modalità del gesto scatenano, tanto negli amici coinvolti, quanto negli spettatori di turno della pellicola scritta e diretta da Sibs Shongwe-La Mer, le prime domande e suggestioni. Scegliere un giorno come quello, simbolo storico della prima rivolta di un gruppo di studenti di colore contro l’Apartheid e i rappresentanti del partito ultranazionalista in Sudafrica, significa lanciare un segnale ben preciso. Questo segnale, però, va letto nelle intenzioni dell’autore e nei messaggi contenuti fra le maglie del corpus drammaturgico della sua opera d’esordio, presentata in anteprima italiana nel concorso della 20esima edizione del Milano Film Festival (preceduta dalle proiezioni alla Berlinale e al Tribeca di qualche mese fa), più che nel gesto compiuto da Emily. L’impiccarsi a un ramo in una calda e quieta giornata assolata in quel di Johannesburg è solo la goccia che fa traboccare il vaso del racconto di Necktie Youth. E la mente non può non tornare all’incipit di Miss Violence, anche se come avremo modo di vedere la direzione intrapresa dal regista sudafricano è completamente diversa dalla galleria degli orrori portata sul grande schermo dal collega greco.
Sgomberata subito l’idea di trovarsi al cospetto di un dramma dalle tinte gialle, incentrato sulla scoperta della verità sulla morte della ragazza, Sibs Shongwe-La Mer può così dichiarare apertamente il suo vero scopo, quello che l’ha spinto ad andarsi a sedere dietro la macchina da presa. Il regista si stacca dal gesto di Emily per concentrarsi sulle reazioni postume di coloro che, in un modo o nell’altro, le stavano accanto. Dopo più di un anno, mentre una troupe sta girando un documentario, nella convinzione che possa contribuire a trovare le ragioni di quel gesto doppiamente estremo, gli amici, quelli che la conoscevano più o meno bene, cercano di esorcizzare il fantasma della sua scelta, mescolando alcool, barbiturici e omelie autoinflitte sulla razza, sul sesso e sull’amicizia stessa. Ne scaturisce lo svelamento del tutto e con esso del bersaglio che Shongwe-La Mer voleva a tutti i costi colpire. Il suo è un film che ha profonde e chiare radici politiche e di denuncia sociale, realistico e duro (l’overdose), che racconta dell’oppressione emotiva che la gioventù sudafricana continua ancora a patire, la stessa della quale fa parte lo stesso regista, nato e cresciuto nel quartiere nord di Johannesburg, Sandton, nel miglio più ricco del continente africano, dove come gli altri suoi coetanei ha dovuto subire un clima di grave disorientamento culturale, circondato da eroi televisivi americani e dal mondo Disney in una terra di Zulu mistici, tensioni razziali, povertà di massa ed elevato tasso di criminalità.
Il risultato è un ritratto generazionale di una gioventù schiacciata dal peso dell’eredità e strangolata dal desiderio di cambiamento. Da qui il titolo Necktie Youth, che letteralmente significa appunto “gioventù con il nodo alla gola”. Colui che l’ha disegnato ha deciso di usare un bianco e nero carico e rigoroso, interrotto solo da flebili pennellate di coloro che irrompono nella timeline direttamente dal passato di Emily attraverso filmati in super 8 e diapositive sbiadite. Lo script è un puzzle che in maniera acronica si compone sotto gli occhi dello spettatore, quest’ultimo sottoposto a una mitragliata di dialoghi che sfiancano e disorientano lo spettatore. Ed è con le parole, più che con le azioni, che Shongwe-La Mer vuole trasmettere il suo pensiero. Di conseguenza, in termini di dinamismo, il racconto si asciuga facendosi minimalista, scarno ed essenziale, esattamente il contrario della ricchezza e della varietà di soluzioni che caratterizzano la messa in quadro. Stilisticamente e visivamente, la regia è un vulcano in eruzione, votata alla sperimentazione e costantemente all’inseguimento di un approccio diverso e innovativo che viene senza ombra di dubbio dai precedenti dell’autore nel campo della video-arte. Di tanto in tanto, si nota una voglia di fare che è figlia dell’entusiasmo dell’esordiente, che porta quest’ultimo a perdere il controllo sull’omogeneità dell’opera, ma ciò per fortuna non influisce negativamente sull’esito. Ciò che frena la pellicola è, invece, l’eccessiva saturazione e l’accumulo incontrollato delle argomentazioni, che finisce con il riempire troppo il plot di concetti, riflessioni e idee.

Francesco Del Grosso

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