Home Speciali Retrospettive My Last Year as a Loser

My Last Year as a Loser

257
0
VOTO: 7

Tutta la vita davanti…. ma non a Lubiana?

Si usa dire: tutto il mondo è paese. Non ci ha sorpreso più di tanto, quindi, rinvenire in My Last Year as a Loser (Ne bom več luzerka) di Urša Menart, selezionato per il Trieste Film Festival 2026 e facente parte dello sgargiante, variegato bouquet di Wild Roses slovene, una serie di problematiche e nuclei tematici che è impossibile circoscrivere al paese di provenienza, avendo invece attecchito in misura e in forme solo leggermente diverse nelle più svariate (o avariate…) aree del globo, specie quelle con un’economia e uno stile di vita “occidentali”. Anzi, per dirla tutta, le difficoltà cui va incontro la protagonista Špela, laureata in Storia dell’Arte, nell’impresa apparentemente disperata di trovare a Lubiana lavori retribuiti dignitosamente che le consentano di condurre una vita normale, autonoma e non più dipendente dall’aiuto dei genitori, ci ha ricordato a tratti il nostrano Tutta la vita davanti. Con tanto di “rituale” ed estemporaneo passaggio in un Call Center, qui particolarmente bizzarro.
Del resto all’epoca del suo lungometraggio Urša Menart, classe 1985, aveva poco più di trent’anni. Ciò l’ha spinta a raffigurare brillantemente, in modo talora anche caustico ma indubbiamente naïf, ironico, estroso, quelle dinamiche generazionali divenute negli ultimi anni sempre più preoccupanti: precarietà lavorativa particolarmente diffusa tra i giovani laureati; cinismo nei rapporti interpersonali; imbarazzo delle generazioni precedenti nel non riuscire ad aiutare figli e nipoti, in un quadro sociale mutato (in peggio), a trovare la propria strada nella vita.

Così si è espressa a riguardo la giovane cineasta slovena: “Sembra che negli ultimi anni la maggior parte dei giovani istruiti e ambiziosi abbia lasciato la Slovenia, mentre noi che siamo rimasti continuiamo a chiederci se abbiamo fatto davvero la scelta giusta. Ne bom več luzerka è una commedia drammatica sulla disillusione, la vergogna e il divario generazionale tra millennial troppo qualificati – e sottoccupati – e i loro genitori, che avevano grandi aspettative e ora si sentono impotenti nel vederli fallire.
Effettivamente, tratto comune a molte storie che ci giungono dai paesi dell’Europa Orientale, la giovane Špela (interpretata deliziosamente da Eva Jesenovec) deve confrontarsi pure con le differenti esperienze di chi è emigrato all’estero, nella fattispecie un disinvolto fidanzato (o ormai ex?) finito per lavoro negli Stati Uniti.
Le avventure della ragazza in una Lubiana ridotta sul piano sociale a “giungla”, dove si sgomita spesso inutilmente per un posto al sole, non saranno comunque da meno. Tra situazioni al limite del surreale e ritratti impietosi del mondo lavorativo, un po’ di humour fa sì che il desolante quadro ambientale venga almeno a tratti esorcizzato, smitizzato. Purtroppo senza troppi guizzi a livello registico, va detto, con uno stile che non si differenzia poi troppo da quello di certe produzioni televisive e seriali. La qualità della sceneggiatura e delle interpretazioni compensa in qualche modo i limiti di cui sopra. Non mancano, ad ogni modo, alcune scene prettamente iconiche, tra cui il bagno notturno della protagonista nella Ljubljanica (fiume che attraversa Lubiana) o il così liberatorio epilogo, che a modo suo sembra quasi parafrasare un classico come Ladri di biciclette.

Stefano Coccia

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

1 × tre =