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Tales from the Magic Garden

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VOTO: 7,5

È la storia, non colui che la racconta

L’animazione europea, quella che si muove prevalentemente fuori dal circuito delle grandi produzioni internazionali e dei grandi festival, continua a mostrarsi più viva che mai. Un film come questo Tales from the Magic Garden (Pohádky po babicce) co-produzione tra Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Francia, diretta a otto mani da un gruppo di cineasti esordienti nel lungometraggio, ne è l’ennesima, plastica prova; e in questo senso va fatto un plauso ai selezionatori del Trieste Film Festival 2026 – che ospita il film nella sezione dedicata agli spettatori più giovani, ossia TSFF per i piccoli – per aver mantenuto vivo il contatto con un mondo dalle potenzialità espressive così ampie e sempre rimodellabili, e allo stesso tempo così intimamente legato alla storia del cinema europeo e alla sua evoluzione. In particolare, il lungometraggio dei quattro registi sceglie di utilizzare la modalità della stop motion, sottogenere dell’animazione che negli ultimi 10-15 anni (dopo aver perso apparentemente terreno rispetto alla predominanza del digitale e del 3D) si è gradualmente riguadagnato una sua consistente nicchia di pubblico; nicchia che tuttora coinvolge sia i titoli dal taglio più mainstream (la serie prodotta dai Laika Studios, aperta dal seminale Coraline e la porta magica, il recente Pinocchio di Guillermo del Toro) sia esperimenti più decentrati e originali (spesso afferenti proprio alle cinematografie europee, in prevalenza paesi francofoni e dell’Est Europa).

La scelta dell’animazione a passo uno per la messa in scena del giardino magico del titolo (e delle storie che vi vengono raccontate) ci è sembrata nel film quella più adeguata per restituire un universo poetico che muove da uno sguardo realistico – al centro della storia di Tales from the Magic Garden c’è infatti un lutto e la sua difficile elaborazione – ma che nondimeno mantiene in sé il potere vivificante proprio dell’infanzia: quello capace di rielaborare e trasfigurare forme, ambienti e personaggi in virtù di uno sguardo tanto vivido, nella sua limpidezza, da riuscire a contaminare (positivamente) i più disincantati punti di vista altrui. Uno sguardo che qui viene incarnato soprattutto dal personaggio di Susan, 8 anni, sorella “di mezzo” di Tom (che di anni ne ha 4) e di Derek (10), in grado di (re)interpretare e porre su di se quell’attitudine a raccontare storie (elemento da sempre fondamentale per la socialità umana e per la creazione di comunità) di cui la defunta nonna era stata una così gelosa custode. Le storie muovono tutte dall’archetipo del cappello magico (non a caso lasciato lì dalla donna defunta, in attesa che qualcuno lo raccolga) e dai classici tre elementi che ogni personaggio sceglie di porre al suo interno per comporre un racconto: così, davanti ai nostri occhi prendono forma la storia di due fratelli che salvano un gatto abbandonato – che si rivela avere in sé qualcosa di magico e inimmaginabile – quella di due giovani amici alle prese con una creatura che dimora in una foresta (e con le proprie stesse paure) e quella di un anziano in lutto che (ri)scopre la capacità di volare. A fare da filo conduttore, proprio i tre fratelli e loro visita al nonno ancora bloccato nel lutto, in una tenuta di campagna che sembra aver perso, di suo, tutta la sua singolare magia.

Si diceva che la stop motion appare come il linguaggio più adeguato per il registro da “realismo magico” che il film sceglie di utilizzare: ciò proprio in virtù di una tendenza alla stilizzazione del quotidiano – di cui non vengono nascoste le imperfezioni – a cui basta aggiungere qualche elemento in più (un raggio di sole più luminoso degli altri, che svela la forma autentica della creatura che si nasconde dietro le fattezze di un gatto; un salto un po’ più in alto dei precedenti, che fa (ri)scoprire a un uomo la capacità di innalzarsi sopra il lutto e i rimpianti, e vedere i colori che finora gli erano rimasti celati) per abbracciare il regno del fantastico e delle possibilità non ancora esperite. Un passaggio rappresentato, simbolicamente, da quella fiammella che vediamo accendersi a inizio film – emblematico avvio di una delle storie narrate dalla defunta nonna – e che torna in modo circolare nell’epilogo, grazie a un potente espediente narrativo (non lo sveleremo) che riesce in certa misura a farsi anche meta-cinematografico. Perché Tales from the Magic Garden vuole principalmente celebrare il potere della narrazione di storie – come facoltà umana da preservare e tramandare – ma anche caricare di valenza affettiva i suoi artefatti: quelli che, proprio in virtù del valore di cui sono stati investiti dallo storyteller, diventano mezzi potenti di espressione e (ri)conciliazione, siano essi un cappello, una lanterna magica o un proiettore.

Gli spettatori più avvezzi a un’animazione nordamericana che sempre più spesso (è il caso di molti, recenti titoli Disney e Pixar) replica quale formula di successo una “complessità” narrativa che si rivela essere poi solo di facciata, si troveranno forse spiazzati di fronte alla semplicità e alla linearità esibite da Tales from the Magic Garden: ma la scelta in questo senso, da parte del film diretto da Patrik Pass Jr., Jean-Claude Rozec, David Súkup e Leon Vidmar (ci sembrava giusto, almeno in chiusura, citarli tutti e quattro) non è legata tanto, o solo, al target anagrafico, quanto piuttosto al suo voler celebrare nel modo più diretto il potere delle storie, di una narrazione che, nella sua forma archetipica, non ha bisogno di sovrastrutture per arrivare a chi ascolta/guarda: tre elementi, ogni volta, una situazione che rielabora creativamente l’esistenza di questo o quel personaggio, un breve “viaggio dell’eroe” (perché, pur trattandosi di un prodotto per ragazzi, gli archetipi gli sceneggiatori mostrano di conoscerli e saperli maneggiare bene) dal quale il protagonista o la protagonista di turno escono trasformati. E poi, il contenitore che lega le tre storie, caratterizzato a sua volta dalla stessa, disarmante semplicità, che tuttavia non gli impedisce di replicare in piccolo (con uno sguardo stavolta diffratto) la stessa logica di evoluzione e scoperta che muove i micro-racconti al suo interno. E, in 71 minuti, questo piccolo, prezioso lavoro restituisce al suo spettatore esattamente ciò che gli aveva promesso. Non c’è bisogno d’altro.

Marco Minniti

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