My Hindu Friend

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7.0 Awesome
  • voto 7

Heaven, I’m in heaven

Quella che state per vedere è una storia che è successa a me, e che vi consegno nel modo che conosco meglio”. Così scrive Hector Babenco a esergo del suo ultimo film, My Hindu Friend, che racconta di un regista e della sua lotta contro il cancro. Debilitato, scheletrico, calvo, fragile, consumato dalla chemioterapia: così è, nella prima parte, il protagonista Diego Fairman, in una grande interpretazione di Willem Dafoe. La metastasi è ormai avanzata e la terapia inefficace, l’unica possibilità è il trapianto di midollo, intervento rischioso, ma altrimenti l’aspettativa di vita sarebbe di pochi mesi. Hector Babenco mette in scena il suo calvario, la malattia, il trovarsi a tu per tu con la morte, la snervante attesa dell’intervento con tutte le incognite che si porta dietro, i rapporti famigliari, e con le donne, tesi. E quindi la rinascita, il ritorno alla vita normale, almeno così si direbbe. Gli eventi raccontati dal regista risalgono al 1994. Il fatto poi che proprio dopo l’uscita del film, l’anno scorso, egli sia effettivamente venuto a mancare, è solo una coincidenza. La causa peraltro della morte del regista, un attacco cardiaco, è in effetti completamente diversa. Eppure My Hindu Friend, presentato al 27° Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, è in tutto e per tutto un film testamento, un congedo dal mondo, e un’opera pervasa dall’amore per la vita e per il cinema.
Siete personaggi della storia della mia vita”, dice Diego agli invitati al matrimonio. La vita si traduce in film, e viceversa, e, nel trasporsi in pellicola, Hector Babenco sceglie la strada della sincerità estrema, della verosimiglianza assoluta al reale che pian piano vira verso stati di onirismo. I riferimenti autobiografici sono precisi, la sua origine argentina e quella ebraica famigliare. Nulla è tralasciato nel raccontare il percorso clinico, il disfacimento corporeo causato tanto dal cancro come dalla chemioterapia, vedi le situazioni di impotenza sessuale, la pratica del trapianto con le sue incognite, il mettere a rischio anche la vita del donatore, il fratello, il firmare una dichiarazione che assolve l’ospedale in caso le cose non dovessero andare per il verso giusto. Ma il regista è anche assolutamente impietoso nel realizzare un autoritratto, raccontandosi come una persona gretta, che vive nel lusso, tra agi, sfizi e capricci, tra le belle donne, raccontando di un party famigliare che degenera quasi fosse Festen, nel tormentato rapporto con il fratello, che pure decide di donare il midollo sottoponendosi a un pesante intervento. L’umanità è quella rappresentata dal bambino indù, con il suo pupazzetto, che condivide con Diego l’iter sanitario, e con cui instaura un rapporto di amicizia. Bambino che ha imparato a convivere con la morte, di cui parla con nonchalance.
Tra Diego e il bambino si instaura un dialogo fatto di storie, di narrazioni. Per lui è facile, in quanto regista –che si dichiara come tale nel momento voyeuristico di inquadrare in un close-up le grazie femminili con un rotolo di carta igienica, e che vedremo spesso nell’atto della scrittura –, produttore di storie reali o fantasiose. Il dialogo, l’avvicinarsi reciproco, riprende quello tra i due personaggi del più celebre film di Babenco, Il bacio della donna ragno. Valentin e Molina, rappresentanti di due mondi lontani, che si trovano costretti a condividere ancora uno spazio claustrofobico, in quel caso una cella di una prigione. E l’avvicinamento tra i due avviene attraverso il cinema, con la sua magia e bellezza persino in un film di propaganda nazista. Ora, in My Hindu Friend, Babenco evoca un ulteriore personaggio, quello della morte che assume i panni di un uomo in borghese, che parla con un linguaggio aziendalista, che racconta della multinazionale per cui lavora, del suo ruolo impiegatizio, dei premi di produzione che ha ricevuto, che si presenta alla fine in camicia hawaiana, dopo essere stato licenziato dai nuovi proprietari israeliani della ditta. L’identità di questo misterioso personaggio è palese nel momento della partita a scacchi con Diego, citazione esplicita dalla scena iconica del film Il settimo sigillo di Ingmar Bergman. Ancora una volta è il cinema a farsi carico di mediare e regolare la vita, anche nel suo dialogo con la morte, cui preannuncia che l’avrebbe ritratta proprio in questo stesso film, una volta trovato l’attore adatto. Morte che si raffigura sempre attingendo all’iconografia della settima arte, quella classica e gloriosa del musical con il paradiso evocato nella canzone “Cheek to Cheek”, che rimane a imperitura memoria nella voce di Fred Astaire, rivolta a Ginger Rogers, nella scena cult – esempio di un cinema elegante, classico, in bianco e nero, come quello che piaceva a Molina – di ballo del film Cappello a cilindro: “Heaven, I’m in heaven / And my heart beats so that I can hardly speak / And I seem to find the happiness I seek / When we’re out together dancing cheek to cheek”. Il cinema torna anche le immagini metaforiche del film: c’è la scala della lussuosa villa di Diego, che sembra quella di Scala al paradiso. Che fa il paio con la scena in cui Diego con il suo medico passeggiano su un binario morto, invaso dall’erba, il binario della vita di cui non si può scorgere la direzione, che si perde nel nulla. E ancora un medico del film, quello coinvolto nell’operazione, nella sua estrosa cravatta con disegni da Walt Diney, porta su di sé immagini di cinema.
My Hindu Friend è un film sulla vita, sulle sue complicazioni, sui rimpianti, sui ricordi, sui ricordi di cinema. Che si conclude nella visione estatica della nuova compagna del regista, con le grazie generosamente esposte dai vestiti trasparenti e bagnati, che balla “Singing in the Rain”, imitando perfettamente i passi di danza di Gene Kelly. La vita nella sua pienezza è fatta di erotismo e di cinema, quel cinema che garantisce la vita imperitura tanto dei classici di Stanlio e Ollio, quanto dello stesso Hector Babenco.

Giampiero Raganelli

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