Ecco le nostre preferenze, all’interno dell’ampia selezione di corti del festival!
Giunto alla sua quinta edizione, l’Hip Hop CineFest (festival internazionale dedicato ai film, ai corti, ai documentari e ai videoclip a tema Hip Hop) di Roma dimostra di prediligere un’ampia scelta di opere che, pur avendo diversi stili e approcci narrativi, hanno comunque la capacità di rappresentare l’impatto sociale di un genere musicale prettamente metropolitano, la cui spinta creativa arriva il più delle volte dal basso, dalle periferie.
Tra le pellicole giunte in finale, ci sono come sempre alcuni interessanti cortometraggi che, proprio per via della loro natura immediata, hanno modo di colpire con rapida efficacia il pubblico.
Cerchiamo di parlare di alcuni di questi, spaziando tra paesi molto diversi fra loro per provenienza.
Il primo è l’olandese Blaq Tito Addressing The Parliament of Ghosts di Christian Guerematchi. In questo un uomo dalla divisa militare di un candido bianco, il volto coperto da uno spesso velo nero, declama ad un silenzioso ed invisibile parlamento un discorso prettamente politico. Si tratta, come dice esplicitamente, di un leader comunista fiero di ciò che ha fatto, di ciò che ha costruito, pronto ad affrontare il futuro dopo aver tanto sopportato e tribolato nel passato. Una grande nazione, che non fa distinzioni fra persone di etnie diverse (tutte elencate), che guarda al riscatto dell’Africa e che sa che deve investire sui giovani, reale ricchezza del paese. Quest’ultimo passo non è un caso, perché l’autore è infatti un uomo di colore, ma è cresciuto in Yugoslavia, dunque giunge da qui l’ispirazione per rappresentare la sua versione di Tito, dittatore europeo, ma nero. Gli ideali qui rappresentati sono quelli delle nazioni non allineate, gruppo di paesi emergenti cui il vero Tito si rivolse in occasione dei suoi molti viaggi nell’Africa Sub-Sahariana, durante gli anni Settanta. Le movenze di danza silenziose all’interno di strutture fatiscenti o recuperate nella città di Tamale, Ghana, fanno di questo video una vera e propria installazione di arte contemporanea transmediale, recuperando un manifesto politico che evidentemente si considera tutt’altro che superato.
Veniamo al greco An Element of Hope, diretto da George Danopoulos e Natalia Koutsougera, che esplora il movimento hip-hop ellenico attraverso l’esperienza di due artisti, la giovane B-Girl Nalum (il cui nome è quello della principessa Disney Mulan al contrario) e il carismatico Fuerza Negra. Entrambi si sono resi disponibili a rilasciare una lunga intervista che riesce a spiegare in particolare l’approccio emotivo e spirituale alla danza, fornendo una prospettiva del loro percorso più spirituale ed emozionale che meramente tecnica. Seguendoli durante una delle loro giornate, tra lezioni di hip-hop ad alcuni più giovani studenti, pratiche meditative e lezioni di kung-fu, è possibile capire qual è la spinta emozionale più forte che ha condotto questi ragazzi ad abbracciare quella che non è solo uno stile di ballo, ma un’intera cultura che gli permette di esprimersi, di realizzare una parte di sé che aveva bisogno di essere ascoltata, di liberare energie che sentivano di dover in qualche modo rilasciare. Il documentario culmina con una interessante dimostrazione delle loro abilità, una sorta di amichevole duello tra performance che, in un ambiente prettamente metropolitano, dà forma a quella che i due artisti sono concordi nell’indicare la strada per la loro felicità.
Parlando di cultura e punti di vista, passiamo al brevissimo video dell’italiano Mister Thomas, Deus Ex Machina, che mostra l’artista al lavoro mentre crea un bellissimo murales all’interno di un edificio dismesso. E’ un’opera che mostra, quale risultato ultimo, una testa umana tramutata in un complesso macchinario (anche messo in moto nel finale da una divertente animazione), a indicare un individuo pensante, capace di gestire il mondo che lo circonda e, dunque, di dare a questo un indirizzo, una traiettoria, una strada da seguire finalmente positiva prima che le sorti del pianeta volgano al peggio.
Nel messicano F*uck Fame, diretto e prodotto da Saray Argumedo, l’attenzione viene focalizzata su un’altra delle mille sfaccettature della cultura urbana dell’hip-hop, quella che fa riferimento al movimento femminista, questa volta incarnato dal collettivo rap “Batallones Femeninos”, un gruppo composto interamente da donne e ispirato da simili esempi, come quello della formazione “Dulce Tormento”, una collaborazione tra le cantanti Sinisestra, Lady Liz, Obeja Negra e Dilema. Il “Batallones Femeninos” include quindi artiste che al tempo stesso sono attiviste impegnate ad affrontare con forza e determinazione le sfide odierne che il mondo femminile può e deve fronteggiare. L’estrazione sociale e le esperienze pregresse di queste cantanti sono del tutto variegate, un fattore che è in realtà un punto di forza del progetto creativo e sociale che rappresentano. Nel documentario, grazie a materiale di repertorio ed una serie di interviste, appare chiaro come vi siano legami personali strettissimi tra chi fa parte del collettivo, una comunione di intenti e di vicende personali che si consolidano negli anni di esercizio. Il loro è un messaggio di libertà e di rivendicazione, un’attività volta alla ricerca di spazi per le donne, di una rete di comunicazione che permetta loro di parlare e confrontarsi, di creare un sistema di autodifesa in un paese come il Messico in cui il numero di femminicidi è altissimo. Il loro è anche un rifiuto di quegli ambienti musicali dove la competizione strangola qualsiasi altra istanza, un mondo dove la presenza maschile tende all’antagonismo e che trasforma anche le donne che vi entrano. Lasciare quel tipo di situazione (da cui si evince il significato del titolo) e abbracciare il “Batallones Femeninos” è per molte di esse una boccata di aria fresca, una sorta di rinascita artistica. Ovviamente, ciò significa anche prendere una precisa posizione politica: l’attività nel campo dell’hip-hop va a braccetto con precise istanze femministe e con la rivendicazione di diritti troppo spesso negati, incluso quello di avere luoghi esclusivi per potersi esprimere in libertà. Il “Batallones Femeninos”, come si vede nelle suggestive sequenze finali, è in prima fila quando si tratta di manifestare per le strade in difesa delle donne. Un documentario che illustra con efficacia una realtà probabilmente sconosciuta a molti, anche tra gli addetti ai lavori, e che si chiude con un potente videoclip di una delle loro più famose canzoni, “Duro contra el muro”.
Lasciando questo titolo emozionante, ci apprestiamo a visionare l’ultimo cortometraggio della nostra carrellata, apprezzando ancora una volta la forza che ha l’hip-hop di reagire alle peggiori situazioni. Il francese Gaza: A Dance School Under The Bombs (vincitore peraltro della sezione Best of the Web) ci mostra il rapper B-boy Lilou presentare il progetto di B-boy Shark, rapper palestinese, che ha fondato nella martoriata città di Gaza, appunto, la propria scuola di danza hip-hop nel 2012. Un luogo dove ci si può esprimere in totale libertà e che è possibile frequentare gratuitamente. Importantissimo punto di riferimento per i bambini, si tratta di un progetto che può aiutare soprattutto i più piccoli a superare i traumi della guerra. La loro è una delle tante realtà sopraffatte dall’attuale conflitto e, utilizzando video girati con gli smartphone, riviamo esattamente i primi istanti in cui sono cominciati i bombardamenti, proprio il giorno in cui nella scuola di ballo doveva svolgersi una festa per consegnare gli attestati della fine dei corsi. Sorprendentemente, questo non ha fermato le attività, che invece, vista la loro utilità per il morale della gente, continuano a tenersi in strutture di rifugio gestite dalle Nazioni Unite. La scuola di B-boy Shark, nel frattempo, è stata bombardata e non è dato sapere quando potrà essere ricostruita. Come viene ricordato, naturalmente, rimettere in sesto un edificio è comunque possibile, riportare in vita chi è morto sotto le bombe non lo è. A oggi, le lezioni di hip-hop continuano, soprattutto per i bambini, aiutando anche così la gente di Gaza ad attraversare il difficilissimo momento storico.
La forza di questi cortometraggi, da quelli sperimentali a quelli più propriamente documentaristici, sta proprio nella loro immediatezza e nella loro capacità di illustrare un movimento che è ormai declinato in infinite sfaccettature, tutte accomunate dal desiderio di rivalsa e di riscatto contro un sistema che è ancora lontano dall’essere giusto per tutti.
Massimo Brigandì









