Mishima: The Last Debate

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9.0 Awesome
  • VOTO 9

Confronto titanico all’università di Tokyo

Lo stemma rosso su seta bianca
soldatini di piombo
sui berretti e sui bottoni
samurai dei tempi antichi
non dimostrano in piazza
loro non gettano molotov
non si buttano nella mischia
non cavalcano la vergogna.
Alle pendici del monte Fuji
s’ode un flauto del Gagaku
melodia d’un Giappone perduto
che ascoltiamo rapiti…
Siegfried, “Mishima”

L’intenso ed emotivamente carico brano musicale dei Siegfried prosegue, significativamente, coi seguenti versi: Il maestro parla piano / con parole d’acciaio / e poi snuda la sua spada / e un fendente lacera la stanza. Quell’eloquio pacato, suadente, quasi sommesso, ma al contempo trascinante e deciso, lo abbiamo riscontrato da poco in un document(ari)o eccezionale: Mishima: The Last Debate di Keisuke Toyoshima. Incastonata all’interno dell’Ottobre Giapponese, una delle sezioni del 18° Ravenna Nightmare che abbiamo amato di più, tale perla rappresenta l’ideale crocevia tra il ritrovamento di immagini straordinarie e una non meno probante lezione di etica politica. Ci fa quindi doppiamente piacere parlarne a ridosso di un’altra data importante. Ieri, 25 novembre, il mondo intero pare essersi fermato per la scomparsa di una leggenda dello sport, Diego Armando Maradona. Esistono evidentemente giorni sul calendario cui si addice un’aura mistica. Perché cinquant’anni prima una delle più grandi (e discusse) figure letterarie del Novecento, il giapponese Yukio Mishima, poneva fini ai suoi giorni attraverso un gesto emblematico, eclatante, carico di significati e valori. Al termine di una temeraria azione dimostrativa condotta assieme agli uomini del corpo speciale da lui creato, il Tatenokai (o Shield Society), Mishima procedeva alla temporanea occupazione degli uffici del generale Mashita dell’esercito di autodifesa, da dove avrebbe inviato un accorato messaggio alla nazione per poi suicidarsi tramite seppuku, antica e cruenta tradizione nipponica. La valenza simbolica di tale epilogo viene rievocata con forza in Mishima – Una vita in quattro capitoli (1985), capolavoro firmato Paul Schrader; mentre l’episodio in sé viene ricordato anche, di sguincio, nel più recente Dare to Stop Us di Shiraishi Kazuya, incentrato sul cinema militante di quegli anni.

Ma se sulla morte di Mishima parecchio è stato detto, scritto e persino messo in scena, il documentario di Keisuke Toyoshima possiede invece l’impatto della rivelazione, della scoperta. L’ossatura di Mishima: The Last Debate è infatti rappresentata dal ritrovamento di riprese credute perse, relative a un evento che fece scalpore: il dibattito pubblico del 13 maggio 1969 all’Università di Tokyo, cui Mishima venne invitato non senza intenti provocatori da studenti della Zenkyoto, gruppo della sinistra radicale molto attivo nei movimenti di protesta dell’epoca (stagione politica nota anche come “seiji no kisetsu”).
Il senso della sfida era già tutto nei volantini di invito fatti circolare nelle aule universitarie, con una grottesca caricatura dello scrittore (che all’epoca giocava volentieri, specie nelle foto pubblicate sui rotocalchi, con la propria immagine a metà strada tra macho e dandy) accompagnata dalla scritta “gorilla anacronistico”. Nonostante le bellicose premesse Mishima non si sottrasse certo alla sfida. Anzi, portò all’incontro il suo spirito spiazzante, ironico, finemente dialettico, incompatibile quindi con chi, in entrambi gli schieramenti, si aspettava una rissa verbale (e non solo). Si scordino in particolare gli spettatori contemporanei, che specie in Italia sono ormai abituati a dibattiti tra esponenti del centro-destra e del centro-sinistra da spettacolo del Bagaglino, se non proprio da Cottolengo, di poter replicare oggi un tale livello. Con filologica attenzione Mishima: The Last Debate ricostruisce tutti i passaggi di un confronto politico talvolta aspro, mosso com’era da posizioni difficilmente conciliabili, ma ricco di passione, di profondità, ed alla fine persino di rispetto reciproco sul piano della coerenza e delle abilità dialettiche. Accadde così che schermaglie umoristiche si alternarono sul palco a momenti di alta filosofia, a provocazioni studiate ma non gratuite. E se lo spessore delle argomentazioni di Mishima può essere dal lettore facilmente intuibile, anche l’altro campo poteva vantare oltre a contestatori più “improvvisati” figure di un certo carisma intellettuale, come il giovane attivista e drammaturgo Masahiko Akuta. Meravigliosi e mai banali certi duelli verbali tra lui e Mishima. In punta di fioretto, come si usava dire un tempo.

Il documentario di Keisuke Toyoshima acquista poi vigore dal confronto serrato tra il materiale di repertorio e le interviste ad affiliati del Tatenokai, militanti della Zenkyoto e giornalisti indipendenti che presenziarono all’evento, ormai invecchiati ma con un ricordo estremamente vivido della discussione. E su tutti loro l’ombra del compianto Yukio, maestosa, combattiva e per molti versi anche generosa, amichevole, a dominare una memoria dei fatti tanto personale che collettiva.

Stefano Coccia

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