Billie

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Billie Holiday: genio e sregolatezza

Billie Holiday (1915-1959), il cui vero nome era Eleanora Fagan, è stata una delle più grandi e rinomate cantanti della storia del firmamento musicale. Assieme a Ella Fitzgerald (1917-1996), Sarah Vaughan (1924-1990) e Nina Simone (1933-2003), è stata una luminosa stella nella dorata costellazione canora nell’ambito della musica jazz dei bei tempi, e probabilmente lei svettava rispetto le altre. Artista inimitabile, la sua peculiarità non risiedeva solo nei toni della sua voce, ma nel suo modo ammaliante di cantare, infondendo nelle interpretazioni passione e struggente dolore. Ha collaborato con i più grandi jazzisti del suo tempo, come ad esempio Luis Armstrong, Lester Young o Count Basie, e nel suo repertorio spicca la canzone God Bless the Child, da lei composta (onorata postuma con il Grammy Hall of Fame Award nel 1976). Venne soprannominata, da Lester “The Prez” Young, Lady Day, per la sua eleganza. Billie Holiday ha riscosso rapidamente successo, ma ha avuto anche una – breve – vita tragica, sia per il suo passato (prostituzione e abusi) e sia per gli eccessi (alcool e droga) in cui è caduta durante la sua fulgida carriera. Il classico “genio e sregolatezza”. Il documentario Billie (2019), diretto da James Erskine e presentato fuori concorso al 38º Torino Film Festival, vuole raccontare tutto ciò.

Billie, però, non è solamente un biopic documentaristico su Billie Holiday, ma anche un tributo alla giornalista Linda Lipnack Kuehl, morta in circostanze misteriose nel 1978. La Kuehl dalla fine degli anni Sessanta stava cercando di scrivere la biografia definitiva sulla Holiday, non solo riportandone i successi, ma anche gli eccessi. Voleva scrivere una biografia completa e veritiera, ed è per questo che cominciò a intervistare tutte le persone (amiche, colleghi, datori di lavoro) che la conobbero. Una enorme quantità di interviste audio, registrate su cassette, che non era mai state utilizzate prima, proprio a causa dell’improvviso decesso della Kuehl. James Erskine, tra l’altro regista del documentario Pantani – The Accidental Death of a Cyclist (2014), recupera quel prezioso e inedito materiale e lo usa come “tappeto” per tentare di costruire quella biografia definitiva che avrebbe voluto scrivere la Kuehl. Su questo sfondo audio, Erskine recupera i filmati d’archivio riguardanti la Holiday e fotografie o spezzoni d’epoca degli intervistati; a cui si aggiungono materiali (foto, filmati o documenti) sull’epoca in cui visse la Holiday. Pertanto Billie non è solamente una biografia incentrata prettamente sulla cantante, che ripercorre la sua carriera pubblica e puntualizza la sua burrascosa vita privata, ma diviene anche un’indagine sul mondo musicale che gli gravitava attorno, mostrando che non sempre fosse un ambiente elegante e intonato. Anche la contestualizzazione storica ha la sua importanza, perché la Holiday ha vissuto in un periodo in cui era ancora forte l’odio dei bianchi verso la gente di colore. In un certo qual modo la Holiday è stata un vessillo ante-litteram del Movimento per i diritti degli afroamericani.

Roberto Baldassarre

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