Il ciclo dell’odio
La scelta della direzione artistica di aprire la 22esima edizione delle Giornate degli Autori di Venezia 82 con Memory di Vladlena Sandu va letta come una voluta dichiarazione programmatica tanto per il messaggio importante che si evince sin dal titolo che fa riferimento al passato e alle radici, quanto per le tematiche, i contenuti e il tipo di sguardo del quale l’opera prima della regista classe ‘82 si è voluta fare portatrice. Il film riavvolge il nastro del tempo, della Storia e della memoria collettiva e privata per riportare lo spettatore alla guerra cecena, tra violenza e perdita, attraverso gli occhi di una bambina. Sono infatti i più piccoli le vittime indifese dei conflitti e ciò che sta accadendo a Gaza e in terra ucraina ne è l’ulteriore riprova. E non è un caso che nella selezione competitiva della sezione collaterale della kermesse lidense vi sia anche un altro titolo, ossia Short Summer di Nastia Korkia, anch’esso proiettato nella giornata inaugurale, che seguendo altre traiettorie narrative, drammaturgiche e tecniche, mostra come la guerra e la paura si insinuino silenziosamente nella vita quotidiana.
Si parte dunque in entrambe le opere dal punto di vista di una bambina, ma volendo focalizzarsi su quella della Sandu si scopre che la protagonista del racconto è proprio lei, ciò che ha vissuto sulla propria pelle e ciò che i suoi occhi hanno visto. Anni dopo, ora che di anni ne ha 43, ha deciso di rielaborare tutto quel vissuto e i traumi dell’infanzia per cercare con i mezzi messi a disposizione dall’audiovisivo di spezzare il ciclo dell’odio. Lo ha fatto raccontando e raccontandosi in prima persona con un flusso mnemonico e un voice-over che confluiscono in una video-autobiografia di finzione dagli slanci poetici nella quale l’autrice ritorna all’età di sei anni quanto, dopo il divorzio dei genitori, si trasferisce dalla Crimea a Grozny. È ignara che presto la guerra consumerà la sua infanzia. L’Unione Sovietica crolla, la Repubblica cecena si frammenta. I suoi amici di lingua russa sono obbligati a scappare, mentre i ceceni deportati fanno ritorno reclamando la loro patria. Le tensioni aumentano e scoppia un conflitto armato. La violenza investe la città: i vicini vengono uccisi, la sua famiglia è presa di mira e Grozny si trasforma in un campo di battaglia. Dopo quattro anni di guerra, sua madre è gravemente ferita e un attacco armato costringe Vladlena alla fuga, diventando una sfollata in Russia. In questo film ibrido che sfugge volutamente a una facile catalogazione, la Sandu rivisita i suoi traumi attraverso i ricordi dell’infanzia, per rispondere a una domanda ossessionante: come si interrompe quel meccanismo circolare della violenza che plasma i bambini e si trasmette di generazione in generazione?
Le risposte in Memory arrivano filtrare dall’immaginazione, dalla fantasia e perfino dall’ironia della giovane protagonista, in una timeline nella quale vanno scovate nel mix perfettamente calibrato di ricostruzioni di fiction, trasfigurazioni simboliche, sequenze fluo, repertori, immagini da videoarte e le messinscene all’interno un teatrino dei burattini. Meccanismi e modus operandi che ricordano quelli utilizzati da Viktor Tauš nel suo Girl America.
Francesco Del Grosso









