Tra paleontologia, emancipazione femminile e oscurantismo
La15esima edizione di Cinema Svizzero a Venezia si chiude il 27 marzo 2026, con un duplice appuntamento a Palazzo Trevisan degli Ulivi: alle 18 il film d’animazione Mary Anning, proiettato alla presenza della production designer Marjolaine Perretin; a seguire (ore 21) l’attesa anteprima di Don’t Let the Sun, presentato in sala dalla regista Jacqueline Zünd.
Vorremmo subito approfondire il discorso inerente al lungometraggio d’animazione, che intanto ci sentiamo di consigliare indistintamente a tutti – grandi e piccini – essendoci parso incantevole, sia per la scelta del soggetto che per per l’impostazione gradevole e vivace dell’animazione: un tratto del disegno tutto sommato semplice, armonico, magari un po’ vintage”, che si rivela qui in tutto e per tutto adeguato a un racconto che, con tocco altrettanto lieve, affronta temi di un certo spessore, dal punto di vista storico e pedagogico.
Trattasi innanzitutto di una felice combinazione tra il classico coming of age e un vero e proprio biopic animato. Co-prodotto da Belgio e Svizzera, diretto da Marcel Barelli, Mary Anning riassume infatti in modo delicato, fantasioso e a tratti sognante la giovinezza non priva di traumi dell’omonimo personaggio, la paleontologa Mary Anning. Gli elementi più caratterizzanti della sua biografia vengono accennati qui in maniera alquanto fedele: nata nel 1799 in una cittadina costiera del Dorset, Lyme Regis, dal falegname Richard Anning e da Mary Moore, sin da giovanissima Mary era solita alternare lo studio presso la locale scuola cristiana congregazionalista, connotata da forti chiusure mentali, alla ricerca di fossili da rivendere ai turisti lungo le spiagge e scogliere locali. Veritiere sono diverse altre circostanze riportate in sceneggiatura, dal fatto che solo Mary e suo fratello Joseph raggiunsero l’età adulta, essendo morti precocemente gli altri figli della coppia, fino all’episodio più sconvolgente, e cioè che all’età di 15 mesi Mary fu colpita da un fulmine mentre era in braccio ad una conoscente, riparatasi, nel corso di un temporale, sotto un albero assieme ad altre due donne. E la piccola protagonista fu l’unica a sopravvivere. Divenendo poi, da adulta, studiosa di fama internazionale e autrice di molti ritrovamenti importanti, nel campo dei fossili marini di epoca giurassica.
Non è del resto la prima volta che la sua esistenza fuori dal comune viene portata sullo schermo. Risale al 2020 Ammonite – Sopra un’onda del mare, lungometraggio di finzione scritto e diretto da Francis Lee, in cui a interpretare la ricercatrice, qui un po’ più grandicella, vi era addirittura Kate Winslet.
Le nostre preferenze vanno comunque alla produzione animata franco-svizzera, anche per l’aver condensato in un racconto di poco più di un’ora quel sense of wonder che si tramette con naturalezza, nella circostanza, da un’adolescenza ribelle e insofferente alle convenzioni sociali (fantastiche le baruffe con il retrogrado uomo di chiesa ed educatore del villaggio) al fascino stesso che poteva esercitare (specie sulla mente della protagonista, più aperta di quelle di molti contemporanei) una scienza così “rivoluzionaria”, per certi aspetti, come la paleontologia.
Tra fossili di ammonite e scheletri di ittiosauro, le avventurose scoperte della protagonista risaltano peraltro sul grande schermo attraverso quell’animazione 2D dall’impianto alquanto tradizionale, accattivante nella resa dei fondali e nel character design dei personaggi personali, cui una regia tutt’altro che banale assicura – pur senza chissà quali invenzioni – il giusto brio, dando un senso e un ritmo cinematografico alle sequenze di maggior impatto emotivo e agli stessi movimenti interni all’inquadratura.
Stefano Coccia









