Come cani in gabbia
Vendetta, perdono, colpa, resilienza e redenzione, sono temi dal quale Mauro Mancini e il suo cinema non possono e non vogliono distaccarsi. Lo dimostra il fatto che siano al centro anche del secondo lungometraggio del regista di Pontecorvo dal titolo Mani nude, nelle sale dal 5 giugno 2025 dopo le anteprime alla 19esima edizione della Festa del Cinema di Roma e alla prima del Milano Film Fest. Tematiche, queste, che hanno rappresentato la materia incandescente che scorreva nelle vene narrative e drammaturgiche del film d’esordio, Non odiare, costruito su e intorno al dilemma morale vissuto dai protagonisti, lacerati dall’odio e dal risentimento, eppure quanto mai bisognosi di perdonare e perdonarsi, che ritroviamo affrontati nella pellicola in questione.
Questa volta Mancini, con la complicità in fase di scrittura di Davide Lisino, trae libera ispirazione dal romanzo omonimo di Paola Barbato del 2008 per portare aventi il discorso iniziato con il film del 2020. In Mani nude ci porta al seguito di Davide, un ragazzo di buona famiglia, occhi da bambino e corpo da adulto, che una notte viene rapito durante una serata in discoteca e rinchiuso dentro un cassone buio di un camion. Finisce prigioniero di una misteriosa organizzazione che lo costringe a lottare, a mani nude, in combattimenti clandestini estremi, che si possono concludere in un solo modo: con la morte di uno dei due sfidanti. In quell’universo alieno e spietato, Davide è costretto a spogliarsi della sua umanità per sopravvivere, seguendo le istruzioni di Minuto, un carceriere e allenatore di altri uomini senza speranza né futuro. Pian piano emerge, però, un legame segreto tra il ragazzo e l’uomo, che si rivela la sua unica possibilità di salvezza. E se da quella prigione si può forse trovare il modo di fuggire, altrettanto non può accadere con il destino né con le conseguenze delle proprie azioni.
È dallo scontro-incontro tra queste due esistenze (rin)chiuse in “gabbie” fisiche e mentali che prende forma e sostanza una storia che affonda le radici nelle paure e nei sentimenti più perturbanti di un uomo e di un ragazzo, entrambi vittime di un destino più grande di loro, spingendo lo spettatore di turno a un’inevitabile riflessione su quanto sia sfaccettata e a tratti incomprensibile la natura umana. Riflessioni comuni e dinamiche che seguendo traiettorie diverse si possono intercettare pure nel film precedente, in cui il cineasta laziale ritrova per la seconda volta Alessandro Gassmann, che in Non odiare aveva dato corpo e voce a quello che ad oggi è sicuramente il suo ruolo più bello e viscerale della sua carriera. L’attore capitolino qui non è da meno, offrendo al personaggio di Minuto una forza e un’intensità febbrili che rappresentano un valore aggiunto e un punto fermo con e attraverso le quali sorreggere il film quando questo barcolla e gira a vuoto. Sostegno che arriva pure dal giovane co-protagonista Davide, nome di battaglia Batiza, nei panni dei quali si è calato con il suo talento indiscusso il giovane attore del momento Francesco Gheghi, che sfodera un’altra performance degna di nota dopo quelle in Piove e Familia. In Mani nude, con una prova fisica efficace e un livello di intensità cangiante, Gheghi riesce a disegnare il doloroso percorso di disumanizzazione del personaggio che gli è stato affidato, diventando, combattimento dopo combattimento, ferita dopo ferita, progressivamente tale e quale a coloro che lo hanno imprigionato. Torna alla mente il Danny di Unleashed di Louis Leterrier, in cui il personaggio interpretato da Jet Li viene addestrato fin da bambino ad attaccare gli uomini con la ferocia di un cane, vivendo completamente isolato dal mondo esterno e costretto a partecipare come Davide a combattimenti clandestini mortali senza esclusione di colpi.
Gli interpreti e le performance degli attori, comprese quelle di Fotinì Peluso e Renato Carpentieri, rappresentano il punto di forza dell’opera, così come il commento musicale di Dardust e la regia di Mancini. Quest’ultima contribuisce in maniera determinante, con un grande senso della composizione geometrica e pittorica (anche grazie alla paletta colore della fotografia di Sandro Chessa), a creare una messa in quadro e in scena visivamente impattanti. Tecnicamente il risultato non ha sbavature e denota una mano sicura anche quando dalle parole si passa spesso ai fatti come nel caso della prima parte, laddove macchina da presa e personaggi scendono nelle arene e sui ring improvvisati nei luoghi più impensabili come il palcoscenico di un teatro, una cava dismessa, all’interno di un container e persino su una pista da bowling, per combattere senza regole e senza esclusione di colpi. Le sequenze di lotta, crude e fortemente realistiche, sono l’altro punto di forza di Mani nude, così come lo sono state a suo tempo per altri film che come quello di Mancini sono ambientati interamente o in parzialmente nel mondo dei combattimenti clandestini: da Redbelt a Fighting, passando per i cortometraggi Lotta e The Van. Dalla lista ci sentiamo di escludere il Fight Club, poiché quello di Fincher gioca a nostro avviso un altro campionato. Motivo per cui ci asteniamo da confronti in tal senso.
Il tallone d’Achille per il quale la pellicola sconta più di un’incertezza e incoerenza risiede nella sceneggiatura, a causa di una scrittura troppo semplificata in alcuni passaggi della trama, nell’evoluzione dei personaggi e nello squilibrio tra le due parti che vanno a comporre la timeline: decisamente troppo lunga la prima rispetto alle reali esigenze di quel segmento del racconto, a dispetto di una seconda che avrebbe avuto bisogno di una costruzione e di un approfondimento maggiore. Entrambe vacillano per motivi differenti e accumulano minuti e situazioni ripetitive che non giocano a favore della scorrevolezza della fruizione. Resta l’amaro in bocca per il potenziale inespresso da un’opera e una storia che avrebbero meritato un’architettura e delle basi narrative più solide.
Francesco Del Grosso









