Un viaggio nella memoria
Il viaggio non è solo un occasione per andare fisicamente da qualche parte nel mondo per esigenze lavorative o per conoscere l’altro, oltre che gli usi e i costumi di terre vicine o lontane. Se dietro vi sono motivazioni più profonde che vanno ben oltre la trasferta per fini turistici o professionali come quelle che hanno spinto i protagonisti e prima ancora il regista di A Real Pain a volare dagli Stati Uniti alla volta della Polonia, allora può trasformarsi anche in un’opportunità per scoprire qualcosa in più di se stessi e delle proprie radici. È quanto accaduto a Jesse Eisenberg e ai personaggi principali della sua opera seconda, in uscita nelle sale nostrane il 27 febbraio 2025 con The Walt Disney Company Italia dopo le anteprime festivaliere dello scorso anno al Sundance, a Zurigo e nel concorso di “Alice nella Città” della 19esima Festa del Cinema di Roma.
La genesi della pellicola risale a un viaggio che Eisenberg fece vent’anni fa con l’attuale moglie Anna Strout, che gli diede la possibilità di confrontarsi con le sue origini ebraiche e polacche, visitando anche la casa dove sua zia Doris aveva vissuto prima della Shoah, nel villaggio di Kranystaw. Questo lo ha portato prima a scrivere una pièce dal titolo The Revisionist, che ha debuttato nel 2013 nel teatro off Broadway, poi il film in questione che vede due cugini quarantenni ritrovarsi per un tour in Polonia in onore dell’amata nonna defunta, laddove colei era nata e cresciuta prima di essere deportata. Si tratta di due cugini agli antipodi che più diversi non potrebbero essere: David, affidabile e concreto, e Benji esattamente il suo opposto, affascinante, imprevedibile quanto depresso. Il primo vive a Brooklyn, è sposato e ha un figlio. Il secondo è uno spirito più libero dal carattere imprevedibile. Nati a tre settimane di distanza, sono stati molto legati durante l’infanzia, poi la loro vita ha preso delle strade divergenti. Hanno così deciso di partire per la Polonia per onorare la loro amata nonna Dory scomparsa da poco e connettersi con la sua storia passata. Giunti sul posto, si uniscono a un gruppo per un un “tour del dolore” nei luoghi della persecuzione, dai ghetti ai campi di concentramento. di cui fanno parte persone che hanno un legame o un trauma legati alla ebraicità. L’avventura prende una svolta quando le vecchie tensioni della strana coppia riemergono sullo sfondo della loro storia familiare.
Il tutto si riversa in un dramedy on the road tragicomico sul tema della memoria privata e storica che da Varsavia passa per Lublino e il vicino campo di concentramento di Majdanek, per poi concludersi in quel di Kranystaw, davanti al civico 25 dell’abitazione dove aveva vissuto la defunta nonnina. Il risultato è un vero e proprio viaggio d’identità, nel quale la memoria collettiva si confronta e si confonde con le ferite personali. Tematiche, queste, che l’Eisenberg regista aveva già affrontato in Quando avrai finito di salvare il mondo, adattamento in chiave contemporanea dell’omonimo audiodramma autobiografico dello stesso autore, poi riprese nell’opera teatrale e ora in A Real Pain. Nel mezzo una satira delle e sulle dinamiche e i legami familiari, tessuta con un’alternanza nei toni e nei registri che vanno dal dramma allo humour sottile. Certamente non c’è l’equilibrio del Woody Allen dei tempi migliori nell’utilizzo dei suddetti colori nella tavolozza per parlare di certi temi, ma è altrettanto chiaro che sia quello il modello al quale l’Eisenberg regista, sceneggiatore e interprete ha voluto fare riferimento. Modello e fonte d’ispirazione che non sono però attualmente alla sua portata. Semmai ci si avvicina e lo calca nella caratterizzazione dei personaggi, a cominciare da quello che si è ritagliato. Il suo David infatti soffre come lui di una forma di disturbo ossessivo-compulsivo, riprova del bisogno dell’Eisenberg attore e autore di personalizzare ulteriormente un’opera già intima e privata, cucendosi addosso un personaggio a sua immagine e somiglianza con la mente che torna a Mark di The Social Network. E non è un caso che la sua performance come quella di Kieran Culkin nei panni di Benji, premiata con un Golden Globe, un BAFTA e candidata all’Oscar, rappresentino il punto di forza della pellicola e il principale veicolo per trasmettere allo spettatore un flusso di emozioni cangianti. Scene con dialoghi intensi come quelle del tetto dell’albergo o del ristorante di Lublino ne sono la dimostrazione.
Francesco Del Grosso









