L’innocenza violata
Da cosa nasce cosa recita un antico detto popolare ed è un po’ quello che è accaduto a Marianna Brennand nel caso della sua opera prima dal titolo Manas, presentata in concorso alle Giornate degli Autori di Venezia 81 e virtualmente nella sala web di MYmovies ONE. La genesi del progetto risale infatti a una ricerca decennale condotta dalla cineasta brasiliana per un documentario da girare nei villaggi della foresta amazzonica e dell’isola di Marajó, laddove ha incontrato donne vittime di traumi indicibili fin dalla più tenera età. Avevano subito abusi sessuali all’interno delle loro case, oltre a essere sfruttate sessualmente su chiatte commerciali, praticamente, senza alcuna possibilità di fuga.
Le testimonianze raccolte per quel progetto hanno visto però un cambio di destinazione, con l’autrice che ha condensato le storie di quelle donne che nessuno aveva mai ascoltato prima nella materia narrativa e drammaturgica di un lungometraggio di finzione che è un potentissimo pugno sferrato alla bocca dello stomaco capace di togliere il fiato allo spettatore. Un film che lascia un segno tangibile del suo passaggio nella mente e nel cuore di chi lo guarda, oltre a consegnare al pubblico e agli addetti ai lavori una regista e un’attrice di grandissimo talento come la Brennand e la giovanissima Jamilli Correa. Quest’ultima si è calata nei panni di Marcielle, una ragazzina che vive con i genitori e tre fratelli. Condizionata dalle parole della madre, venera la sorella maggiore pensando sia fuggita da quella vita squallida trovandosi un «brav’uomo» su una delle chiatte che solcano la zona. Man mano, però, la bambina si scontra con la realtà e comprende di essere intrappolata tra due ambienti violenti. Preoccupata per la sorellina e per il futuro desolante che le attende, decide di affrontare il sistema che opprime la sua famiglia e le donne della comunità.
Manas si addentra fin dentro nel cuore della foresta amazzonica per denunciare il perpetrarsi di una violenza ereditata generazione dopo generazione, portando sullo schermo le umiliazioni e le pressioni psicologiche, l’abuso e lo sfruttamento sessuale di bambine e adolescenti, portando alla luce l’orrore perpetrato. Un orrore che, contrariamente al modus operandi crudo, diretto e disturbante utilizzato da Alexandros Avranas per lo sconvolgente Miss Violence, resta volutamente fuori campo. Il ché non significa distogliere lo sguardo, ma diversamente dal collega greco e dal suo film del 2013 (anch’esso presentato al Lido) farlo percepire solo accennandolo. Non ci sono infatti scene di sesso o di violenza esplicite, con gli abusi che non vengono mai mostrati davanti alla cinepresa. In quel non visto c’è comunque tutto il potere devastante della tragedia umana vissuta dalla protagonista e dalle sue simili. Una scelta, questa, che da parte di Brennand denota una delicatezza e un rispetto rari nei confronti delle donne abusate e di un tema così complesso e scivoloso, ma al contempo in grado di trasmettere una tensione sottilissima che mette a disagio il fruitore. Sta qui, oltre che nella densità emotiva sprigionata dalla visione, la forza di un’opera matura sotto tutti i punti di vista: dalla scrittura alla regia, passando per le intense e realistiche performance degli interpreti chiamati in causa.
Francesco Del Grosso









