Io sono mia
Dalle sue prime fortunate apparizioni pubbliche nell’ottobre del 2024 ad Alice nella Città della Festa del Cinema di Roma e al Festival Cinema Mediterraneen Montpellier, Majonezë non si è più fermato, inanellando una dopo l’altra tappe in importanti kermesse del circuito festivaliero nazionale e internazionale, compresa quella nel concorso dell’ottava edizione del Saturnia Film Festival, laddove il cortometraggio scritto e diretto da Giulia Grandinetti è stato proiettato (vincendo il premio per la migliore regia) dopo altre prestigiose presentazioni in manifestazioni come il Trieste Film Festival, il Bif&st e la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema.
Candidato ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento di categoria, Majonezë racconta la storia è di Elyria, una ragazza che vive in un’epoca non precisata con la sua famiglia a Ersekë, un remoto villaggio albanese, seguendo le rigide regole imposte dal padre, nascondendo la sua rabbia con l’obbedienza. Ha una liaison con Goran, un giovane del posto, ma lei è di etnia albanese, mentre lui è serbo. Il padre di lei però decide di darla in sposa a un uomo molto più grande della figlia. Un forte desiderio di ribellione cresce in lei giorno dopo giorno e la porterà a compiere un amaro ma necessario atto di rivoluzione.
Come la storia della letteratura insegna, non si può sapere se ciò porterà a nulla di buono e Shakespeare e Manzoni ce lo hanno dimostrato ampiamente con i loro scritti. Non a caso pensando alla trama e alle travagliate vicissitudini sentimentali della coppia protagonista e a ciò che la divide il riferimento a una sorta di Romeo e Giulietta o a I promessi sposi in versione albanese viene quasi spontaneo. Il ché conferisce alla vicenda narrata dalla regista maceratese quel coefficiente elevato di universatilità che la rende immediata e coinvolgente per lo spettatore di turno. Il merito della Grandinetti è quello di averne fatto tesoro, trasformando le travagliate disavventure amorose dei protagonisti in un punto di partenza avvolto da un velo sotto cui s’innestano altri temi dal peso specifico rilevante quali la ribellione individuale in un contesto di oppressione familiare attraverso il sacrificio e la ricerca di libertà di una donna. Questo consente alla scrittura e alla sua messa in quadro di evolversi, ma sopratutto di stratificarsi drammaturgicamente dando forma e sostanza a un’opera che restituisce anche il tumulto interiore della protagonista. Un tumulto che passa per il ventaglio si emozioni e stati d’animo cangianti che la figura di Elyria attraversa nell’intero arco narrativo, al quale l’interpretazione intensa e partecipe di Caterina Bagnulo riesca a dare corpo e voce, palleggiando abilmente da un registro a un altro così da restituire lo spessore e le sfumature di un personaggio assai complesso.
Emozioni quelle che scorrono nella timeline che affiorano sullo schermo anche grazie alla confezione, nella quale spiccano la regia eclettica, matura e perfettamente funzionale alla natura del racconto della cineasta marchigiana, e la splendida fotografia di Ilya Sapeha, perfetta per disegnare su una tela in bianco e nero con improvvise pennellate di colore oro tanto i contrasti della storia quanto la chiusura e la severità del mondo in cui Elyria è intrappolata e dalla quale proverà ad evadere.
Francesco Del Grosso









