Made in Italy

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5.0 Awesome
  • voto 5

Speriamo che sia femmina

Il Liga ci piace. Abbiamo sempre apprezzato il suo rock sanguigno, capace di trovare poesia in quelle pulsioni vitali da Bassa Padana dove regnano ancora antichi valori. Istanze che l’artista di Correggio ha saputo trasferire in modo efficace anche nella sua opera prima, quel Radiofreccia (1998) che riusciva a descrivere in modo profondo la vita di provincia agli albori degli anni novanta con tutte il bagaglio di speranze e frustrazioni di un gruppo di giovani. E la colonna sonora – ovviamente firmata dallo stesso regista – contrappuntava un ritratto sincero e assieme nostalgico di un’Italia già in via di irrimediabile estinzione. Un po’ meno bene, anche se le tematiche non erano poi così dissimili, era andata con il secondo lungometraggio, quel Da zero a dieci (2002) inficiato, soprattutto nella seconda parte, da uno sguardo sin troppo riverente nei confronti di quel cinema americano a cui Ligabue ha sempre guardato con malcelata ammirazione. Dopo parecchi anni di silenzio (solo cinematografico) ecco ora Made in Italy, sempre con Domenico Procacci alla produzione, audace esperimento ispirato dall’omonimo concept album partorito dal Liga stesso. Il quale, secondo lui, conteneva in nuce i germi di una storia da raccontare attraverso il mezzo cinematografico. Dispiace scriverlo, ma la “fusione a freddo” non è affatto riuscita, dato che è la musica a prevalere in maniera evidente sul contesto cinematografico. Pare quasi che le sequenze, la maggior parte delle quali slegate narrativamente l’una con l’altra, facciano da filo conduttore alle canzoni e non il contrario, come sarebbe stato auspicabile.
Made in Italy, concentrandosi sulla figura di Riko (alias Riccardo, cioè non casualmente il secondo nome di Ligabue), vorrebbe portare alla luce l’esistenza di un “signor nessuno” comunque eroe a modo proprio, resiliente – termine che va per la maggiore, nel periodo attuale – ad una vita grama con poche soddisfazioni ma in compenso irta di difficoltà. Amore, per la compagna Sara, e amicizie, verso il consueto gruppo di amici storici sempre presente in ogni film di Ligabue, riempiono la vita ammantandola di poche gioie e molti dolori, con il protagonista che ondeggia tra tentazione di lasciarsi andare e lottare fino all’ultimo nel tentativo di affermare se stesso come persona. Lodevoli intenzioni che si traducono purtroppo in un’operazione dagli esiti prevedibili sia a livello di sviluppo narrativo che di possibile lettura intratestuale dell’opera. Made in Italy appare infatti fastidiosamente condizionato da quella retorica qualunquista che, immaginiamo, Ligabue avrebbe voluto fortemente evitare. La provincia come simbolico seno materno dal nutritivo latte in via d’esaurimento; l’Italia intera con la sua atavica bellezza – del tutto gratuita, da un punto di vista narrativo, la trasferta romana dei tre amici, viziata da un estetismo davvero fuori contesto e con uno sbocco francamente incongruo – pervasa da malaffare e tuttavia fonte identitaria sempre viva nell’animo del protagonista, nell’epilogo costretto ad emigrare in Germania (!) per trovare lavoro. Stereotipi in libera uscita che coinvolgono anche i vari personaggi, a partire da un Riko (al solito monoespressivo ed imbambolato Stefano Accorsi) anche troppo generoso ed impulsivo per risultare dotato di un minimo di originalità ed una Sara (volenterosa Kasia Smutniak, eccessivamente presente, a vuoto, nell’economia del racconto), compagna di vita di Riko, a fare semplicemente da stampella d’appoggio ai cambiamenti d’umore del personaggio principale con tanto di didascalica seconda gravidanza nel finale. Per tacere poi dell’amico fraterno Carnevale (Fausto Maria Sciarappa), personaggio che porta stampato in fronte il suo destino dalle primissime inquadrature di Made in Italy.
Se Ligabue ha affermato come il suo ritorno al cinema sia stato determinato dall’avere finalmente tra le mani una storia meritevole di approfondimento, ci pare davvero il caso di invitarlo a verificare lo spessore della suddetta prima di imprimerla, metaforicamente parlando, su pellicola: altrimenti il suo condivisibile desiderio di cantare, anche al cinema, fuori dal coro e dalla parte degli umili parrebbe instradato verso un dimenticatoio sulla carta affatto meritato. Ma non, sfortunatamente, alla decisiva prova della visione.

Daniele De Angelis

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