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Lost Land

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VOTO: 7,5

Rohingya’s Odissey

Il così intenso “Japan Day” dell’Asian Film Festival 2026 si è aperto domenica 12 aprile al Cinema Farnese di Roma con il film forse più “eccentrico” di tutto il lotto. Eccentrico, in quanto diretto da un cineasta nipponico giunto così al suo terzo lungometraggio, Fujimoto Akio, ma non “centrato” direttamente sul Giappone, sulla sua società e sulle sue tradizioni. Al contrario, Fujimoto Akio ha scelto di volgere il proprio sguardo verso una cultura minacciata, sotto attacco, come quella della minoranza Rohingya soggetta in Birmania a spaventose persecuzioni e discriminazioni: un trattamento, quello riservato loro dalla sanguinaria giunta militare al potere nella martoriata nazione del sud-est asiatico, che ne ha costretti parecchi a rifugiarsi in Bangladesh, dove però la situazione economica e sociale si è fatta così complicata negli anni da spingere intere famiglie a tentare viaggi persino più lunghi e rischiosi. Esattamente come quello affrontato dai due fratellini di Lost Land, allo scopo di raggiungere alcuni lontani parenti in Malesia, prima per mare e poi attraverso una poco ospitale Thailandia meridionale: terra di frontiera nella quale i profittatori di turno sono soliti sottoporre le genti di passaggio a non meno pesanti forme di sfruttamento e a ingenti richieste di denaro per il transito di un confine dove, al pari di altre aree tormentate del globo, ti possono tranquillamente sparare a vista.

Gran Premio della Giuria (meritatissimo, a nostro avviso) all’82esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, sezione Orizzonti, Lost Land per le sue istanze umanitarie, per il modo di rapportarsi all’infanzia e per la stessa dimensione del viaggio, un viaggio costellato di pericoli e dettato dalla necessità, ci ha ricordato un po’ l’ottimo, seminale Cose di questo mondo (In This World, 2002). Sebbene nel film del britannico Michael Winterbottom a essere protagoniste fossero altre popolazioni e altre rotte migratorie. Analogo ci è parso, comunque, l’approccio semi-documentaristico non alieno però da simbolismi, da sterzate emotive anche feroci, da un epos dolente e a misura di bambino.
Istanze rappresentative e valori etici almeno in parte similari, posti qui a ridosso del viaggio spossante, drammatico di Shafi e Somira, rispettivamente quattro e nove anni, sono quelli colti anche da Fabio Canessa nella pregevole disamina pubblicata sul catalogo dell’Asian Film Festival, cui affidiamo volentieri la nostra chiosa: “È attraverso i loro occhi che Fujimoto racconta lo sradicamento di un popolo senza pace e cittadinanza. Lo fa adottando un taglio documentaristico che si fonde ottimamente con la costruzione narrativa, trovando un equilibrio grazie al quale riesce a tenersi lontano dagli estremi di un approccio troppo osservazionale o da manuale di sceneggiatura: mai distaccato e mai irreale, insomma. Alla ricerca di autenticità si affida a interpreti non professionisti, molti dei quali hanno vissuto in prima persona esperienze simili a quelle descritte nel film”.

Stefano Coccia

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