Experimenter

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8.0 Awesome
  • voto 8

Effetto domin(i)o

Per il suo ritorno dietro la macchina da presa a distanza di due anni da Anarchy, adattamento cinematografico, in chiave moderna, dell’opera teatrale “Cimbelino” di William Shakespeare, Michael Almereyda punta su una serie di eventi realmente accaduti e storicamente molto controversi per portare sul grande schermo Experimenter, presentato lo scorso gennaio al Sundance e poi alla decima edizione della Festa di Roma nella Selezione Ufficiale. La pellicola si focalizza su un controverso esperimento che ha fatto la storia delle scienze sociali, ideato nel 1961 da Stanley Milgram, psicologo brillante la cui etica è stata duramente contestata. Al centro della ricerca l’attitudine delle persone all’obbedienza, indagata con metodi che hanno fatto scalpore: i soggetti furono spinti da una figura autoritaria a trasmettere una scossa elettrica ad altri individui. Nonostante le urla di dolore delle presunte vittime, inaspettatamente la maggioranza dei soggetti obbedì agli ordini, lasciando di sasso gli psichiatri. Tra manipolazione e amore per la ricerca, Milgram sarà ricordato per coraggio e libertà creativa.
Secoli di storia ci insegnano che menti illuminate come la sua non hanno mai avuto vita facile, anche quando il contributo alla causa si è rivelato importante ai fini scientifici. L’ostracismo nei confronti di Milgram e del suo lavoro non è il cuore del film, bensì la spiegazione del lavoro stesso. Le questioni da lui sollevate attraverso gli esperimenti sono ancora attuali. All’epoca fu severamente criticato perché aveva messo in discussione il fondamento del nostro senso di benessere. La gente si sentiva minacciata. Per questo che la controversia persiste e le persone provano costantemente a demistificarlo. In tal senso,  lo scopo di Experimenter è simile a quello che potrebbe avere un documentario, vale a dire quello di fare conoscere i suoi studi per quello che hanno veramente rappresentato. L’aver avuto a disposizione le trascrizioni originali e alcuni filmati di quegli esperimenti hanno permesso al regista americano di ricostruire tutto fedelmente. Negli ultimi due giorni, infatti, lo psicologo aveva ripreso i soggetti attraverso un vetro a specchio e realizzato un film di un’ora intitolato Obedience. Di conseguenza, ciò che Almereyda è riuscito a riprodurre sullo schermo è meticolosamente perfetto: dall’ambiente agli abiti, passando per le azioni e le parole pronunciate in quelle stanze. Questa fedeltà filologica consente allo spettatore di farsi un’idea ben precisa sul protagonista e su ciò che ha fatto. Il tutto è reso possibile dal disegno tridimensionale del personaggio, dal modo in cui la sceneggiatura lo ha messo a nudo, offrendo al fruitore di turno l’opportunità di entrare in contatto con lui, con i suoi pensieri, ma anche con il suo stato d’animo. Quest’ultimo acquista forma e sostanza materializzandosi davanti ai nostri occhi attraverso le sembianze di un elefante che cammina alle sue spalle, come il senso di colpa che probabilmente lo ha accompagnato sino alla fine dei suoi giorni. Per farlo, Almereyda abbatte il muro che separa il pubblico da ciò che scorre sullo schermo, azzerando le distanze permettendo a Milgram di rivolgersi direttamente allo spettatore come in Alfie. Il risultato è un dialogo fitto e continuo tra le parti coinvolte, che resta comunque unilaterale, diventando però più intimo e meno passivo.
Dal punto di vista estetico-formale, con Experimenter continua – ci scusiamo per il gioco di parole – un percorso di sperimentazione che lo porta nuovamente a genera immagini non convenzionali, frutto di un progetto stilistico dove il linguaggio diventa parte integrante della drammaturgia, come ad esempio nel vampiresco Nadja. Probabilmente le collaborazioni avute in passato con Lynch e Burton hanno influenzato e non poco il modo di fare e concepire la Settima Arte per Almereyda.   La pellicola del 2015 fa largo uso di fondali e retroproiezioni che immergono personaggi e azioni in una dimensione scatologica, claustrale e ansiogena volutamente artificiale che conferisce all’opera un’anima ben definita ed potentemente evocativa.

Francesco Del Grosso

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