Life and Nothing More

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4.5 Awesome
  • voto 4.5

La difficile vita di periferia

La periferia americana. Il riformatorio. La difficile età adolescenziale. Un padre in galera ed una madre che vuole rifarsi una vita. Ma anche i pregiudizi e, soprattutto, il razzismo ed il trumpismo. Gli spunti per una storia potenzialmente interessante ci sono tutti. Il difficile, però, sta nel realizzare un prodotto accettabile e che, soprattutto, abbia una propria identità, dal momento che i temi trattati sono già stati abbondantemente sviluppati in altre pellicole. E, di fatto, questo è proprio quel che ha cercato di fare il regista spagnolo – ma statunitense di adozione – Antonio Méndez Esparza, nel realizzare Life and Nothing More, suo secondo lungometraggio – nonché primo in lingua inglese – presentato in anteprima, all’interno della Selezione Ufficiale, alla dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma.
La storia raccontata è quella di Andrew – quattordicenne malinconico e solitario con una difficile esperienza in riformatorio alle spalle – e di sua madre Regina – desiderosa di rifarsi una vita dopo il fallimento del suo primo matrimonio, ma con numerose difficoltà ad arrivare a fine mese. L’incontro di quest’ultima con un uomo responsabile ed innamorato potrebbe, in qualche modo, aiutarla nella quotidianità. Le cose, però, prenderanno presto una piega inaspettata.
La cosa più interessante che il regista ha qui voluto mettere in scena è probabilmente proprio la vita della periferia americana ai giorni nostri. Ben descritti, a tal proposito, gli ambienti, con le loro strade semi deserte ed esterni che sembrano quasi dimenticati dal resto del mondo, oltre ad interni squallidi ed angusti. Il problema di un lungometraggio come Life and Nothing More è, in realtà, proprio lo script. Sono molti, come è stato detto, gli spunti da cui la vicenda prende il via. Peccato, però, che – durante le quasi due ore di lungometraggio – Méndez Esparza sembri prendere ogni volta una direzione diversa, senza mai portare a termine ciò che ha in principio iniziato e, soprattutto, rendendo tutto il lavoro quasi completamente privo di ritmo o di picchi narrativi. Ed ecco che, se all’inizio la macchina da presa sembrava concentrarsi esclusivamente sul giovane Andrew, dopo circa mezz’ora prende a seguire Regina senza mai staccarsi da lei e mettendo da parte, inspiegabilmente, il ragazzo. Il punto è che non si tratta, però, né di un film corale, né, tantomeno, di un lungometraggio ad episodi. Stesso discorso si può fare per altri importanti elementi che vengono via via tirati in ballo, per essere poi totalmente abbandonati senza logica alcuna. Ѐ questo, ad esempio, il caso del personaggio del compagno di Regina, il quale esce quasi improvvisamente di scena per poi non tornare più e facendo sì che la sua stessa presenza risulti del tutto inutile ai fini della narrazione. Allo stesso modo, il discorso del trumpismo e del conseguente razzismo – che viene affrontato nel momento in cui Andrew, dopo essere stato trattato in malo modo da una coppia al parco, finisce per minacciare questi ultimi con un coltello – cade improvvisamente nel vuoto, nel momento in cui il ragazzo viene rilasciato (ovviamente, anche in questo caso senza un minimo di tensione emotiva). La vera scena madre, però, si trova quasi verso il finale, quando vediamo Regina dare una lettera ad Andrew che lei stessa ha scritto. Ѐ qui che, mentre il ragazzo è intento a leggere, si sente la voce della madre fuoricampo che pronuncia le parole da lei scritte. Peccato, però, che quest’ultima si trovi, allo stesso momento, proprio di fianco al figlio.
Che questo lungometraggio di Méndez Esparza, dunque, non sia proprio quel che si dice un film riuscito, siamo d’accordo tutti. Eppure, volendo fare un discorso esclusivamente sulla regia, le scelte adoperate dall’autore sono anche piuttosto interessanti: perfettamente in linea con la teoria zavattiniana, la macchina da presa segue costantemente i personaggi con movimenti essenziali, adoperando ogni volta pochissimi punti macchina e dando al tutto un interessante tono quasi documentaristico. Peccato, dunque, essersi bruciati un film così. Chissà, magari, con un suo prossimo lavoro, il giovane cineasta spagnolo saprà come farsi perdonare. Questo, almeno, è quello che ci auguriamo.

Marina Pavido

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