L’événement

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8.5 Awesome
  • Voto 8.5

La “scelta”

Sorge immediatamente spontaneo evidenziare come la giuria di Venezia78 (composta dal presidente Bong Joon Ho e da Saverio Costanzo, Virginie Efira, Cynthia Erivo, Sarah Gadon, Alexander Nanau e Chloé Zhao) abbia dimostrato coraggio e lungimiranza nel conferire il Leone d’Oro a L’événement di Audrey Diwan, dall’omonimo romanzo autobiografico di Annie Ernaux. La regista francese, alla sua opera seconda, ha deciso di occuparsi di un tema scottante negli anni ‘60 e purtroppo ancora oggi, in particolare in alcuni Paesi (non nascondiamocelo, molto probabilmente anche in alcune zone della nostra penisola).
Siamo nella Francia del 1963, Anne (Annamaria Vartolomei, la quale offre un’interpretazione molto sfaccettata: ora intensa ora ruvida perché costretta a essere forte) è una brillante studentessa con un promettente futuro davanti a sé. Nel corso della prima scena del film vediamo lei con due sue amiche provare a stingere il reggiseno (inutile dire che fosse diverso da quelli di oggi) affinché non fosse tutto piatto – già questo è un segnale che la scrittura e di conseguenza la regista vogliono lanciarci sul corpo; al contempo ci fa riflettere sulla società del tempo e sulla scoperta di sé anche fisica. Tutte insieme vanno a ballare e la macchina da presa sta soprattutto su Anne, registra come lei affascini e come possa essere una bravissima alunna e, parallelamente, provare pulsioni anche solo sessuali.
Quando resta incinta, la sua reazione è espressa da silenzi e sguardi, dallo spaesamento e dalla paura atavica di veder svanire la possibilità di portare a termine i propri studi e di come sfuggire ai vincoli insiti nella sua estrazione sociale. L’événement (sarà distribuito in Italia da Europictures col titolo 12 settimane) è un’opera che ti resta sulla pelle pure a distanza di giorni dalla prima visione, che lacera e interroga il cuore – a parere nostro di qualsiasi spettatore ma ancor più di ragazze e donne – e che quasi fa impazzire la testa in tanti ragionamenti affinché si riesca a trovare una quadra che possa non far male a nessuno.
A quei tempi abortire e aiutare ad abortire portava alla prigione pure in Francia. «Qual è il destino di una giovane donna che si misura con un aborto clandestino? Spesso, possiamo solo cercare di indovinare la risposta. Quando ho deciso di realizzare l’adattamento di L’événement di Annie Ernaux, ho cercato di trovare il modo per catturare la natura fisica dell’esperienza, di tenere conto della dimensione corporea del percorso. La mia speranza è che l’esperienza trascenda il contesto temporale della storia e le barriere di genere. Il destino delle giovani che hanno dovuto ricorrere a questo tipo di operazioni è rischioso, insopportabile. Tutto quello che ho fatto è stato cercare la semplicità dei gesti, l’essenza che potesse veicolarlo» (dal commento della regista). Stando a queste parole della Diwan l’operazione compiuta sembrerebbe semplice, ma non è così, si percepisce il grande affiatamento costruito con la protagonista e come quest’ultima si sia messa in gioco donandosi generosamente. L’opera pone dei forti interrogativi su quegli anni, facendoci riflettere inevitabilmente anche sulla contemporaneità, su come il corpo della donna sia visto dall’uomo, dalla società, dall’uomo e in primis da se stessa. Di come esso – e le sue reazioni – siano una scoperta in primis per la figura femminile e la crudezza di alcuni pensieri e decisioni sono frutto del mondo che ci circonda. Una nota di merito ulteriore va alla fotografia curata da Laurent Tangy, che contribuisce notevolmente a ricreare non solo l’atmosfera e gli ambienti di allora, ma anche lo stato d’animo interiore.
L’événement mostra perfettamente come Anne si ritrovi da sola a dover capire in che direzione andare, ha il coraggio/disperazione di farsi del male (e non aggiungiamo in che modo perché, nonostante la durezza, è un’opera che va vista), ma, ad esempio, non riesce a dialogare col proprio docente che tanto la stimava e tanto più con sua madre… come se il confronto non fosse concepito allora – e spesso anche oggi – perché c’è un ordine ‘morale’ e un ‘perbenismo’ superiore che non lo permettono.
«Questo è un argomento di estrema attualità. In Italia si parla di un 70% di obiezione di coscienza. Anche in Paesi dove esiste il diritto all’aborto ci sono stati molti impedimenti. L’aborto sommerso esiste, poche donne lo dicono, ma fa parte del nostro vissuto», ha tenuto a sottolineare Anna Mouglalis, una figura essenziale sul piano drammaturgico.

Maria Lucia Tangorra

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