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Le assaggiatrici

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VOTO: 7.5

Alla ricerca di uno spiraglio

Chi si reca al cinema per vedere Le assaggiatrici diretto da Silvio Soldini molto probabilmente lo fa o perché si è appassionato al romanzo di Rossella Pastorino (edito da Feltrinelli, vincitore del Campiello) o quantomeno ne ha sentito parlare per cui è conscio del periodo in cui è ambientato. L’incipit musicale (su nero) è solenne, con gli archi che introducono la giovane Rosa (un’intensa e credibile Elisa Schlott) in viaggio verso Parcer, un piccolo paese isolato vicino al confine orientale dove vivono i suoceri. Qui suo marito, dal fronte, le ha consigliato di rifugiarsi, immaginando che sarebbe stato un posto più sicuro rispetto a Berlino. In realtà la foresta con cui confina il villaggio è il quartier generale di Hitler.
Una mattina all’alba la donna viene prelevata, si ritrova in una camionetta con altre e si respirano la tensione e lo smarrimento di non sapere dove stiano andando. Dopo un controllo medico, solo una volta sedute a tavola scoprono il compito a cui non possono sottrarsi: assaggiare i cibi cucinati per il Führer per testare che non siano stati avvelenati. «Sono state scelte giovani e forti donne tedesche» afferma uno dei soldati che le controlla mentre provano il cibo del pranzo e della cena. Certo sono pagate, ma ha davvero un prezzo rischiare così la vita? Il punto è che sembra non esserci alternativa e questo la sceneggiatura (scritta da Doriana Leondeff, Lucio Ricca, Cristina Comencini, Giulia Calenda, Ilaria Macchia e lo stesso Soldini) lo trasmette molto bene. Le sette donne si conoscono nel tempo ‘di pausa’ tra pranzo e cena, c’è chi mostra curiosità e chi, invece, disprezzo nei confronti di Rosa, la donna di città. Così come emergono le varie posizioni, da chi sembra in adorazione di Hitler a chi è disincantata nell’essere rimasta da sola e riversa la propria frustrazione sulle altre. La regia di Soldini è asciutta, l’obiettivo della macchina da presa coglie i gesti, le piccole cose e in momenti cruciali come quello dell’assaggio mostrare le diverse reazioni senza mai indugiare, anzi in alcune scene forti sceglie di non farci vedere suggerendo ciò che sta accadendo.
«Si può smettere di esistere anche da vivi?».
In una routine che fa passare i mesi e dopo aver saputo che suo marito è disperso, l’amore in Rosa viene risvegliato da un ufficiale delle SS (Max Riemelt) e questo la spiazza. È molto interessante assistere allo sviluppo di questo rapporto e alle emozioni contrastanti che provoca in lei. «Mentre preparavo Le assaggiatrici era questa la mia prima preoccupazione: riuscire a credere alla vita e alla verità di queste giovani donne che ottant’anni fa hanno realmente vissuto quel dramma, e questo all’interno del rigore di una messa in scena che sentivo necessaria a dare forza al racconto», spiega il regista di .
La scoperta dell’esistenza di donne che facevano questo lavoro la si deve a Margot Wölk, l’unica sopravvissuta alla guerra, che nel 2012, poco prima di morire, sentì l’urgenza di rivelare questo segreto che aveva custodito per tutta la vita: aveva fatto parte di un gruppo di giovani donne costrette per più di due anni ad assaggiare il cibo per il dittatore. Di qui prima il romanzo e poi il film, ma segnaliamo anche uno spettacolo teatrale liberamente ispirato al libro, con Silvia Gallerano e Alessia Giangiuliani e diretto da Sandro Mabellini.
Ne Le assaggiatrici la Storia irrompe con l’attentato al Führer e, in particolare, nella relazione d’amicizia che si crea tra Rosa e una delle altre assaggiatrici, Elfriede (Alma Hasun), di cui scegliamo di non rivelare gli sviluppi essendo un nodo centrale e un elemento coinvolgente. «Ho provato a farlo. A raccontare la “piccola” vicenda di un gruppo di ragazze travolte dalla violenza della Storia – e dalla guerra, purtroppo ancora oggi vicina alle vite di tutti noi. Guerra che vuol dire paura, povertà, fame… elemento che in questo caso, come una beffa crudele, viene spinto alla contraddizione massima: per queste donne, al contrario di tante altre, il cibo per nutrirsi c’è ed è buonissimo, ma potrebbe portarle alla morte.
Ho provato a farlo, rendendomi conto di quanto fosse importante rimanere nell’intimità del racconto, mentre fuori infuria la vicenda storica; e raccontare la guerra stando accanto alle donne, vittime della “guerra degli uomini”, concentrandomi su un microcosmo – la ex scuola dove le assaggiatrici sono costrette a mangiare due volte al giorno, la casa dei suoceri, la stanza da letto, il laghetto, l’emporio di Heike..», ha dichiarato il regista che ci ha conquistato con la sua opera d’esordio, L’aria serena dell’ovest.
Lo spettatore empatizza con la ricerca di vivere in quel buio ed è innegabile che si tratti di un film che resta addosso, che torna anche a distanza di qualche giorno dalla visione, ripensando a dei frame, alle sensazioni provate e alle domande che fanno capolino da sé e a cui risulta difficile trovare una risposta logica.
Dopo aver inaugurato la XVI edizione del Bif&st, la nuova sotto la direzione artistica di Oscar Iarussi, il film è distribuito da Vision dal 27 marzo nelle sale.

Maria Lucia Tangorra

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