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La hija cóndor

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VOTO: 9

La nuova vita del condor

In concorso alla 19esima edizione de La Nueva Ola – Festival del Cinema Spagnolo e Latinoamericano dopo il passaggio nella competizione del  35° FESCAAAL, particolarmente degno di nota è La hija cóndor (The Condor Daughter) di Álvaro Olmos Torrico, coprodotta da Bolivia Perù e Uruguay e girata in lingua Quechua, che vede due generazioni a confronto in un mondo che sta scomparendo.

Ana (María Magdalena Sanizo) è la levatrice di una piccola comunità andina, dedita alla cura, alla protezione ed alla nascita della comunità stessa; sua figlia adottiva Clara (Marisol Vallejos Montaño) la assiste con la sua voce straordinaria, accompagnando le partorienti con canti melodiosi. Il ruolo fondamentale svolto da Ana è però minato dalla modernità che avanza e che spinge le giovani puerpere a partorire in ospedale, seguite da veri dottori, mentre la giovane Clara è sospesa tra la sua eredità di levatrice ed il desiderio di realizzarsi altrove come cantante folkloristica. Le tradizioni ancestrali si perpetueranno o verranno perse per sempre?
L’opera di Torrico si avvale di un’ottima fotografia, di Nicolás Wong Díaz, che mette in risalto gli splendidi paesaggi andini ma che sa valorizzare anche il contrasto con la vita cittadina; altrettanto importante la colonna sonora, a cura di Cergio Prudencio e Marcelo Guerrero: la voce di Clara è ipnotica ed ammaliante mentre culla le partorienti nel travaglio con canti suadenti in quechua, in contrasto con la musica folkloristica e moderna trasmessa dalla vecchia radio donatale da una neomamma grata. Fedele all’identità della comunità indigena boliviana, Torrico (anche sceneggiatore) intreccia dialoghi in lingua quechua allo spagnolo, ad evidenziare ancor più i due volti del Paese, tra tradizione e modernità, tra villaggi incastonati tra le montagne ed il sogno della metropoli.La hija cóndor è un film che sorprende ed incanta, una vera perla nel programma del Festival e nel panorama cinematografico latino americano; un arazzo dove i fili colorati intessuti di panorami spettacolari e musica tradizionale, colori metropolitani e canti folkloristici, si intersecano alla perfezione con il linguaggio, quechua e spagnolo, e con l’interpretazione delle due protagoniste.

Ben incastonate in un cast credibile ed in parte, la giovane Clara interpretata da Montaño esprime il desiderio di una vita diversa appartenente ad una intera generazione, che a poco a poco abbandona i villaggi e la comunità natia per stabilirsi in città, mentre la Sanizo dona alla sua Ana la saggezza e l’intensità di un mondo che si sta perdendo, disgregando in una diaspora stillicida, come il senso di comunione ed appartenenza alle proprie radici. Se il personaggio di Clara dovrebbe essere il centro della storia, lo sguardo doloroso della Sanizo dona ad Ana una forza intima ed emotiva che attraversa lo schermo; Ana vede e comprende tutto, anche la scelta della figlia, la lascia libera di essere ciò che desidera, di vivere la propria vita lontano, anche quando tutto il villaggio ne reclama il ritorno e la presenza. Insieme, incarnano due mondi a confronto che non possono coesistere; la metropoli svuota la montagna con illusioni e lusinghe, le comunità si svuotano poco alla volta, ma nonostante tutto la figura della levatrice resta stabile ed immota nei villaggi, centro di un mondo antico che ancora resiste ed è pronto ad accogliere chi vi fa ritorno.

Michela Aloisi

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