J + C = ♡
Lei, piccola borghese e grande faccia tosta, è orfana di madre e cresce con un padre amorevole, lui, estrazione proletaria e famiglia numerosa, ha lasciato la scuola e fa a pugni con la vita. Lei brava studentessa, lui delinquente in erba. Non hanno niente in comune ma sono fatti l’uno per l’altra. Ma del resto gli opposti si attraggono e nonostante le differenze i due si innamorano e lo resteranno al di là del tempo e di ogni ostacolo. La vita farà infatti di tutto per tenerli lontani, ma sono come due metà dello stesso cuore pulsante. Loro sono Jackie e Clotaire e ciò che li legherà da quel primo sguardo fuori dalla scuola sarà una passione bruciante e totalizzante che accompagnerà lo spettatore nell’arco dei 160 minuti de L’amore che non muore (L’amour ouf), terza prova dietro la macchina da presa (quarta se si conta anche il segmento da lui diretto dell’episodico Gli infedeli dal titolo Las Vegas) di Gilles Lellouche, che torna alla regia sei anni dopo la commedia 7 uomini a mollo con l’adattamento del romanzo del 1997 di Neville Thompson, “Jackie Loves Johnser OK?”.
Il romanzo prima e la trasposizione poi, quest’ultima in uscita nelle sale nostrane con Lucky Red il 5 giugno 2025 dopo il successo al botteghino francese (dov’è stato visto da circa 5 milioni di spettatori) e le presentazioni in concorso alla 77esima edizione del Festival di Cannes e alla 16esima del Bif&st, ci portano negli anni Ottanta per parlare del peso delle scelte e per raccontare questa ardente e disperata storia d’amore tra una coppia che in età adolescenziale i volti di Malik Frikah e Mallory Wanecque e in quella adulta di Adèle Exarchopoulos e François Civil. Entrambe danno corpo, voce ed emozioni a una pellicola che ha proprio nelle interpretazioni del suo cast il suo punto di forza. E non poteva essere altrimenti visto il talento, la presenza scenica e il livello di intensità che sono capaci di raggiungere gli attori e le attrici chiamati in causa da Lellouche, che a sua volta ha attinto dalla sua lunga esperienza davanti la cinepresa per dare e ricevere ai e dai giovani colleghi delle performance carnali e palpitanti. Le interpretazioni sono infatti la scialuppa di salvataggio che permette al film di giungere a destinazione, ossia al cuore del fruitore, sollecitato dal primo all’ultimo fotogramma con momenti emotivamente febbrili. Questi faranno da metronomo nel conteggio delle pulsazioni di un racconto che vive di accelerazioni e decelerazioni del battito.
Ma se L’amore che non muore fa del coinvolgimento costante della platea la propria bussola, non si può dire purtroppo la stessa cosa della scrittura, con la sceneggiatura firmata dallo stesso Lellouche con Audrey Diwan e Ahmed Hamidi che è affetta da una cronica incapacità di gestire e mantenere il controllo sugli elementi a disposizione, a cominciare dal mash-up di generi che si susseguono o si mescolano senza soluzione di continuità. Il regista francese parte dal più classico dei coming-of-age per passare poi dal melodramma al crime, dalla commedia al musical, ma la gestione dei singoli e dei rispettivi stilemi non è sempre in sintonia con il racconto e i personaggi, quasi fossero dei corpi estranei che non riescono a comunicare e andare di pari passo. Differente invece il discorso per quanto concerne la messa in quadro e in scena, con una serie di soluzioni estetico formali (n particolare l’uso dello zoom), alcune delle quali particolarmente impattanti visivamente (vedi la danza), che consentono al film di catturare l’occhio (con il contributo della paletta colori della fotografia di Laurent Tanguy) e accompagnare ritmicamente il racconto insieme alla bellissima colonna sonora originale di Jon Brion, nella quale trova spazio anche una compilation di hit del passato come “Nothing Compares 2 U” di Sinéad O’Connor ed “Eyes Without a Face” di Billy Idol.
Francesco Del Grosso









