L’Agnello

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8.0 Awesome
  • VOTO 8

Resilienza sarda

Il pubblico si sta lentamente riaffacciando nelle sale. E in questo particolare frangente, che ci vede ancora tutti un po’ spaesati, promuovere cinema di qualità attraverso eventi specifici è senz’altro la strada giusta.
Ce ne siamo resi conto al Cinema Madison di Roma martedì 14 luglio, quando è stata proiettata una selezione di cortometraggi tra i quali spiccava Inverno di Giulio Mastromauro, fresco vincitore ai David di Donatello. E l’impressione è stata ancora più forte allorché il 20 luglio, sempre a Roma, si è svolta l’anteprima del lungometraggio L’Agnello, nella cornice festosa di un’Arena Tiziano predisposta secondo le normative anti-COVID ma con tanti spettatori ugualmente presenti.

Il film d’esordio del sardo Mario Piredda, già autore di corti e documentari molto apprezzati nel circuito festivaliero, si era fatto comunque valere alla scorsa Festa del Cinema, dove aveva beneficiato di una vetrina decisamente ambita quale Alice nella Città. E le cose egregie orecchiate all’epoca hanno trovato un degno rispecchiamento, nell’aspra e coinvolgente vicenda famigliare che abbiamo potuto finalmente seguire sul grande schermo.
La si potrebbe anche definire una storia di resilienza pura. Le scelte drammaturgiche di Mario Piredda, ben modellate su questioni di notevole attualità e pregnanza sociale, risultano così ben calibrate da permettere che l’attenzione si focalizzi sui rapporti tra i personaggi principali, lasciando però sullo sfondo domande di natura politica che non possono rimanere inascoltate.
La Sardegna in questione è una Sardegna rurale, orgogliosa, povera, lontana dai giri turistici, troppo spesso abbandonata a se stessa; ed è anche, purtroppo, una Sardegna in cui il proliferare delle basi militari americane ha creato dinamiche di sfruttamento nuove, laddove il barbaro utilizzo del territorio ha poi generato emergenze sanitarie, disastri ambientali ed una conseguente riduzione delle attività agricole.

Con una certa intelligenza il giovane regista si è affidato al non detto, a sottili ma inequivocabili allusioni, per creare quello sfondo socio-politico dove gli affetti, i contrasti caratteriali e gli altri elementi della sfera interiore dei protagonisti hanno poi modo di manifestarsi. Ed è così uno dei più bei rapporti padre-figlia trasposti sul grande schermo negli ultimi anni ad emergere. Fino a raggiungere, strada facendo, livelli di intensità ed empatia da far quasi paura.
La grande energia che si percepisce in tale relazione, di certo condizionata ma per nulla assoggettata alle condizioni di salute del padre, è pure quella dei due attori protagonisti: un Luciano Curreli alias Jacopo come sempre (vedi anche Bellas Mariposas, Beket e il cult assoluto Girotondo, giro attorno al mondo) magnetico e profondamente umano; ed accanto a lui la rivelazione Nora Stassi ovvero Anita, personaggio cui questa giovanissima attrice esordiente ha saputo infondere una grinta e una schiettezza davvero rare.

Detto questo, L’Agnello è pur sempre un film corale, all’interno del quale i volti di parenti dai trascorsi non meno problematici e quelli delle persone incontrate all’ospedale o in paese lasciano un segno altrettanto robusto. Senza che si scada mai nella retorica, peraltro, perché tra dialoghi spigolosi, scene di una levità quasi onirica ed attriti famigliari raccontati senza peli sulla lingua, il film di Piredda fa appassionare il pubblico ai personaggi in modo genuino, onesto, avvalendosi anche di una fotografia strepitosa sia in interni che all’esterno (lode perciò a Fabrizio La Palombara) per far risaltare meglio la dignità di chi non si è mai voluto arrendere.

Stefano Coccia

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