La vocation d’André Carel

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

L’amore, la speranza, i buoni sentimenti

In occasione del Festival del Cinema Svizzero Contemporaneo – che quest’anno, a causa della pandemia da Covid-19 ha luogo esclusivamente online tramite il sito della Cineteca di Milano – sono stati resi disponibili per il pubblico anche dei veri e propri gioielli del passato. A tal proposito, il lungometraggio La vocation d’André Carel – realizzato da Jean Choux nel 1925 e recentemente restaurato – rientra tra i necessari recuperi al fine di conoscere sempre di più una cinematografia che di belle sorprese in serbo ne ha davvero tante.

La storia messa in scena è complessivamente classica e lineare. André Carel (impersonato da Stéphane Audel) viene da Parigi ed è il figlio di un importante scrittore. Dal momento che suo padre vorrebbe che lo stesso intraprendesse la sua medesima professione, lo manda per un periodo in vacanza in Svizzera insieme al suo precettore (un grande Michel Simon). Qui il giovane si innamorerà a prima vista della bella Reine (Blanche Montel) e, al fine di fare la sua conoscenza, si fingerà operaio e si farà assumere dal padre della ragazza per poter lavorare sulla sua barca. Qui, tuttavia, un altro operaio – già da tempo innamorato della giovane – non lo vedrà affatto di buon occhio.
Siamo nel 1925. Da lì a pochissimi anni il cinema sonoro avrebbe preso il sopravvento sulle affascinanti pellicole del muto. Eppure, anche se il cinema era ancora un’arte relativamente giovane, di progressi nel campo se ne erano fatti già parecchi. Non stupisce, dunque, il fatto che La vocation d’André Carel, suddiviso in sei capitoli, malgrado sia stato realizzato con un budget bassissimo, risulti a tutti gli effetti un lungometraggio pulito e ben girato. E il regista, dal canto suo, è stato attento anche al più insignificante dettaglio al fine di mettere in scena una storia d’amore poetica e a tratti contemplativa, nonché apologia della speranza e dei buoni sentimenti.
Numerose sono, dunque, le inquadrature dedicate agli affascinanti paesaggi al tramonto o all’alba, insieme a figure di giovani che chiacchierano amabilmente seduti nel verde. E mentre le didascalie – unitamente alle riflessioni del protagonista – stanno ulteriormente a conferire a determinati momenti un’importante carica poetica, al contempo primissimi piani di occhi che meditano vendetta e sovrimpressioni ora con il volto del protagonista su di un birillo da bowling, ora della giovane Reine sulla superficie del lago (e ancora dovevano trascorrere ben nove anni prima che il grande Jean Vigo realizzasse il suo L’Atalante) stanno ad alimentare anche una riuscita suspense.
Poi, dall’altro canto, c’è anche la componente comica che non manca mai. E in questo caso è rappresentata proprio dal bravissimo Michel Simon nei panni dell’impacciato precettore che, non capendo realmente cosa abbia in mente il suo André, trascorre le sue giornate ad attenderlo seduto al tavolino di un bar consumando un drink dietro l’altro, per poi finire inevitabilmente per vedere doppio e sentirsi ancora più confuso. Eppure, nel complesso, sono proprio alcune sottotrame che in La vocation D’André Carel forse avrebbero necessitato di una maggiore attenzione. E parliamo, nello specifico, non soltanto del destino del precettore, quanto anche di quello di una timida ragazza da sempre segretamente innamorata del rivale in amore del giovane protagonista. Entrambe queste situazioni vengono tirate in ballo per non essere più riprese. Eppure, nonostante tutto, il film funziona. E si rivela anche piuttosto gradevole e ben studiato nella regia e nei dettagli. E, al termine della visione, regala allo spettatore anche una buona dose di speranza e di ottimismo. Proprio come sta a trasmettere l’immagine di una barca che, a vele spiegate, naviga verso nuovi lidi.

Marina Pavido

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