Storie pazzesche

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8.0 Awesome
  • VOTO 8

Homo homini lupus

Spesso penso alla società capitalistica occidentale come a una specie di gabbia trasparente che ci rende insensibili e distorce i nostri rapporti con gli altri. Questo film racconta le storie di alcuni individui che vivono dentro questa gabbia senza esserne consapevoli. E quando arrivano al punto di saturazione, anziché reprimersi – o deprimersi – come facciamo quasi tutti, partono in quarta senza riuscire più a fermarsi

Damián Szifron

I topi, confinati in uno spazio ridotto e nutriti unicamente di quei prodotti chimici di cui ci rimpinziamo, sembra diventino molto più cattivi e aggressivi del normale. Condannati, man mano che si moltiplicano, ad ammucchiarsi gli uni sugli altri, gli uomini si detesteranno assai più di prima, anzi inventeranno insolite forme d’odio, si strazieranno a vicenda come non mai e scoppierà una guerra civile universale, non a causa delle rivendicazioni ma per l’impossibilità cui l’umanità sarà ridotta di assistere più a lungo allo spettacolo da essa medesima offerto.

Emil Cioran, “Il funesto demiurgo”

Co-prodotto dalla El Deseo di Pedro e Agustín Almodóvar, passato in concorso a Cannes senza ricevere premi ma riscuotendo forti consensi, Storie pazzesche (in originale Relatos salvajes, cioè “Racconti selvaggi”) è un film rivelazione che, oltre a divertire in modo irriverente, lascia adrenalina pura in corpo e spinge lo spettatore a relazionarsi con le parossistiche ribellioni, poste in atto dai suoi protagonisti. Cosparsa di un mordace umorismo, vi è un calibrata cattiveria al centro dei diversi episodi scritti e diretti da Damián Szifron, talento argentino che d’ora in poi bisognerà tenere d’occhio. E codesta cattiveria sembra scorrere su un alveo d’un certo rilievo, ossia attraverso quel reticolato di frustrazioni, insoddisfazioni personali, inadeguatezze, scorie di rivalsa sociale, che serpeggiano nella piccola e media borghesia. Sebbene siano poi la sprezzante arroganza, l’aridità dei sentimenti e il gusto tremendamente kitsch dei più viziati esponenti dell’alta borghesia, almeno in qualche caso, a finire sotto i riflettori. E il risultato è in ogni caso deflagrante.

Per circostanziarne meglio la poetica, vien voglia di ridare subito la parola all’autore, dalle cui note di regia avevamo già estrapolato una delle citazioni introduttive: “Le storie di questo film sono frutto dell’immaginazione più sfrenata. Mentre lavoravo ad altri progetti – spesso incoraggiato dal fatto che sembravano impossibili da realizzare – ho cominciato a scrivere una serie di racconti per dare libero sfogo alle mie frustrazioni. Quando li ho raccolti in un volume mi sono reso conto che erano legati da alcuni temi comuni: parlavano tutti di catarsi, vendetta e distruzione. E dell’innegabile piacere di perdere il controllo”.
Ecco, il miracolo di questa mirabile opera cinematografica è che anch’essa sembra procedere a briglia sciolta, facendo sì che a perdere il controllo siano personaggi in grado di produrre reazioni estreme, inaspettate, selvagge, davanti alle pressioni che sono costretti a subire; ma al tempo stesso l’energia dei brevi racconti che li riguardano risulta compressa in forme implacabilmente geometriche, espresse mediante una regia raffinata e ben costruita la cui partitura rivela, già dalla scelta delle inquadrature, uno sguardo sorprendentemente maturo. Per quanto poi la genialità pura appartenga più a determinati episodi, si resta sorpresi anche di fronte alla qualità media, decisamente alta, dei vari capitoli che compongono il lungometraggio antologico realizzato da Damián Szifron; un cineasta che, oltre a possedere la giusta padronanza del proprio mezzo espressivo e un invidiabile senso dell’umorismo, sembra aver individuato alcune delle tare che affliggono il contesto sociale in cui vive: machismo, culto dell’autorità, trappole burocratiche, dialogo bloccato nei rapporti famigliari e di coppia, ricerca continua dell’individualismo quale scadente risposta a problemi sociali più complessi, ingenuità nel riporre fiducia in canali legali e istituzionali resi marci dalla corruzione e dal carrierismo. Tutte cose riscontrate nella cultura d’appartenenza, quella argentina, ma che in certi casi aspirano a un valore più universale.

Proprio perché è insolito vedere film a episodi che conservino, nell’insieme, un simile impatto (poteva riuscirci, al tempo, Dino Risi), è forse opportuno passare a volo d’uccello sulle singole storie. L’episodio che funge da prologo, “Pasternak”, può appare per certi versi il più barzellettistico, ma la progressione inarrestabile della sua vocazione umoristica rivela intanto sia la mordace ironia dei dialoghi, che il fiuto nell’affidarli ad attori capaci di lasciare il segno in poche battute. Tra i passeggeri dello sfortunato volo di cui si racconta vi è anche, nel ruolo del critico musicale piacione e borioso, l’irresistibile Darío Grandinetti, già ammirato in Parla con lei (non a caso Almodóvar è tra i produttori del film). Dopo questa folgorante apertura, i titoli di testa di Storie pazzesche mettono beffardamente in evidenza quell’accostamento tra esseri umani e animali pronti a divorarsi l’un l’altro, su cui verrà spontaneo riflettere man mano che si susseguono i racconti. Il secondo, “Las ratas”, è una sorta di black comedy graffiante e amara i cui veleni (letterali e metaforici) attaccano anche i rapporti di classe, estemporaneamente capovolti per mezzo di un’efferata vendetta. Del resto, l’altro elemento che lega tra loro i diversi segmenti dell’opera è proprio lo scarso istinto di autoconservazione, esibito da quei borghesotti che si sentono una spanna sopra gli altri ma che finiscono per rovinarsi con le proprie mani, allorché l’eccessivo senso di sicurezza li frega, riconsegnandoli alla loro mediocrità. Un po’ quello che succede al giovane e danaroso protagonista del terzo episodio, “El más fuerte”, la cui macchina super-accessoriata non sarà certo adeguata difesa, nell’assurda competizione alla Duel creatasi con un altro automobilista lungo le strade semi-deserte che portano a Salta, nel cuore western dell’Argentina. E questa loro sfida combattuta più coi muscoli che con il cervello darà vita ad alcuni dei momenti migliori di tutto il film.

Tra gli episodi più riusciti ci inseriamo d’autorità anche il quarto, “Bombita”, arricchito peraltro dalla presenza di un altro grande interprete, Ricardo Darín. Costui, che di recente era stato protagonista del superbo Il segreto dei suoi occhi (2009), thriller politico premiato con l’Oscar, interpreta qui il malcapitato Simón: ingegnere trascinato da una multa ingiusta e dal carattere fin troppo puntiglioso in una sempre più iperbolica lotta contro gli abusi di potere, con gesti estremi riesce comunque a scalfirne la superficie, dando vita a un personaggio che suscita probabilmente più empatia di altri, grazie a quel mix di malinconia donchisciottesca e ottusa perseveranza. Tant’è che il finale a lui dedicato, per quanto agrodolce, è uno dei pochi realmente catartici. Ciò non succede, per esempio, in “La propuesta”, che pare quasi il controcanto naturale de Il capitale umano di Virzì, visto che il racconto ruota intorno a un tragico incidente stradale del quale si prova pateticamente a coprire il colpevole, rampollo di una ricca famiglia. Lo squallore umano che si può rinvenire in tutti i personaggi coinvolti colpisce nel segno, insieme alla cruda analisi dei rapporti di classe, sebbene il finale appaia un po’ frettoloso. L’apoteosi di un sulfureo divertimento si raggiunge comunque nell’ultimo episodio, “Hasta que la muerte nos separe”, che ci consente tra l’altro di ricordare la forte incisività della colonna sonora, sempre pronta ad amplificare – in modo persino sfacciato – il tono dei singoli racconti. Si assiste qui all’implosione violenta del rapporto di coppia, durante una festa di matrimonio organizzata da famiglie visibilmente benestanti e dai gusti pacchiani. Un umorismo dalle coloriture incredibilmente acide graffia a dovere. Il ritmo è vorticoso, pazzesco. Si assiste nel mentre ad alcuni tra i movimenti di macchina più rivelatori e ispirati di tutto il film. Ma nell’epilogo c’è spazio anche per una parziale ricomposizione del disastrato quadretto, sempre all’insegna di quell’istinto selvaggio che prima o poi prende il sopravvento, sebbene con esiti diversi, nei protagonisti di ogni racconto. Trova quindi coronamento quella poetica che all’ilarità di fondo sa unire note malinconiche, una pietas dissimulata e l’intelligente parafrasi delle reazioni individuali più estreme alle tante, diffuse iniquità e coercizioni, di cui l’attuale società abbonda.

Stefano Coccia

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