La strada dei Samouni

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9.0 Awesome
  • voto 9

Ci sono ferite che non si possono cicatrizzare

Dopo il fortunato battesimo a Cannes 2018, impreziosito dalla vittoria del prestigioso Oeil d’Or per il miglior documentario, La strada dei Samouni è approdato laddove più di dieci anni fa tutto ebbe inizio, ossia alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. Ed è lì che l’ultima fatica dietro la macchina da presa di Stefano Savona è tornata per una proiezione speciale nel corso della 54esima edizione, dove tra l’altro il regista è stato impegnato anche nelle vesti di giurato. Di fatto, la kermesse marchigiana è stata fondamentale per la costruzione delle fondamenta sulle quali poi Savona ha potuto dare forma e sostanza alla sua pellicola. Al festival pesarese, infatti, ci fu il primo incontro tra le due colonne portanti del progetto, il documentarista siciliano e il pluridecorato animatore Simone Massi. Da quell’incontro è nato e germogliato il seme di quell’opera straordinaria che oggi tutti possono ammirare sul grande schermo.
La strada dei Samouni ci catapulta senza se e senza ma al seguito della piccola Amal che, tornata nel suo quartiere, ricorda solo un grande albero che non c’è più. Un sicomoro su cui lei e i suoi fratelli si arrampicavano. Sono i figli della famiglia dei Samouni, contadini alla periferia di Gaza. È passato un anno da quando hanno sepolto i loro morti. Sul filo dei ricordi, immagini reali e racconto animato (Simone Massi direttore artistico delle animazioni) si alternano a disegnare un ritratto di famiglia, prima, dopo e durante i tragici avvenimenti di quel gennaio del 2009, quando, durante l’operazione “Piombo fuso”, furono massacrati 29 membri della famiglia.
Il ritratto doloroso e straziante che ne scaturisce è di quelli che lasciano nello spettatore di turno un segno profondo, come profonda e insanabile è la ferita presente nelle menti e nei cuori dei sopravvissuti a quegli eventi. Un tipo di lacerazione, quella, destinata a non cicatrizzarsi mai, continuando a sanguinare. L’opera che ne racconta e ne mostra gli accadimenti, attraverso i volti e le parole di coloro che di quei barbari accadimenti sono stati loro malgrado testimoni oculari, è sì un ritratto familiare, come ha precisato più di una volta l’autore, ma è al contempo un documento importante e potentissimo sulla memoria, scritto per immagini, parole e suoni sulle pagine rosso sangue di un “romanzo” bellico senza fine, del quale il film rappresenta un feroce capitolo. Per farlo, Savona attinge dal passato e dalle immagini da lui stesso catturate a poca distanza dai fatti per dare vita a un documentario dove la memoria privata si va a riversare, mescolandosi senza soluzione di continuità, in quella pubblica e viceversa. La forza dell’esito sta nell’equilibrio di un approccio alla materia che non ha permesso alla seconda sfera di fagocitare la prima, visto il peso specifico e le implicazioni storico-politiche delle quali si fa giocoforza carico. Per cucire i fili della narrazione, Savona crea un filo diretto di interscambio reciproco e di vasi comunicanti tra le suddette sfere, attingendo da entrambe ma facendo sempre riferimento alla verità dei fatti. Nulla è inventato, perché tutto parte e resta ancorato saldamente ai fatti reali, a ciò che accade in quei giorni di odio e di ingiustificata violenza.
Il tutto schivando le sabbie mobili della spettacolarizzazione del dolore e la sterile e fredda cronaca di un vile massacro. In tal senso, La strada dei Samouni non si limita a raccontare un episodio, ma ne fa rivivere le fasi del prima, del durante e del post attacco attraverso il ventaglio di emozioni ad esso legato (i momenti dell’irruzione in casa di Amal da parte dell’esercito israeliano e il successivo bombardamento con i droni rappresentano il punto di ebollizione emozionale più alto tra i tanti presenti nella timeline), potendo contare sulla sintonia e l’affinità elettiva scaturite dalla scambio reciproco e dalla compenetrazione delle immagini reali con quelle ricostruite in bi e tridimensionalità mediante la tecnica ormai riconoscibile del graffiato di Massi (che occupano un totale di circa 40’ sui 130’ complessivi). Questa diventa il valore aggiunto, insieme all’efficacissimo processo di sonorizzazione, di un’opera che mozza il fiato come un pugno ben assestato alla bocca dello stomaco.

Francesco Del Grosso

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