La hija

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Un giorno di questi nevicherà

La quindicenne Irene è appena rimasta incinta ed è determinata a dare una svolta alla sua vita con l’aiuto di Javier, un educatore del centro in cui vive. Javier le offre di venire segretamente a vivere con lui e sua moglie Adela nella casa che hanno in campagna, in modo che possa nascondersi e portare a termine comodamente la sua gravidanza. L’unica condizione è che in cambio accetti di dare loro il bambino che sta portando in grembo. Tutto, salvo qualche piccolo passo falso nelle prime fasi, sembra andare liscio nel piano, se non fosse per il risveglio improvviso nella più giovane del terzetto che lo ha messo a punto dell’istinto materno, quello primordiale che spinge una madre a fare qualsiasi cosa pur di proteggere la propria creatura da atti deplorevoli, come la menzogna, il rapimento e la manipolazione.
Ed è proprio questo risveglio a innescare il conflitto al centro del plot di La hija, che avrà le sue sanguinarie conseguenze in un finale al cardiopalma nel quale il film Manuel Martin Cuenca mostrerà allo spettatore di turno la sua vera identità, quella del revenge movie. Fino a quel momento, infatti, quando sul quadrante dell’orologio le lancette segnano quasi le due ore, l’ultima fatica dietro la macchina da presa del cineasta spagnola, presentata in concorso al 13° Bif&st dopo le apparizioni alle passate edizioni dei festival di Toronto e San Sebastián, ha indossato più maschere. Il ché ha portato la pellicola in questione a mutare continuamente pelle, presentandosi al fruitore inizialmente come un dramma sociale, per poi trasformarsi da prima in un thriller e poi in un crime. La natura camaleontica dello script, che ha visto Cuenca affiancato durante la scrittura da Alejandro Hernández (co-sceneggiatore anche di La Fortuna, la serie di Amenábar, anch’essa presentata nel corso della kermesse barese), è il motore portante dell’operazione, ciò che le consente di riconquistare l’attenzione del fruitore tutte le volte che questa sta perdendo di intensità o rischia di venire meno. Grazie a queste mutazioni genetiche nel DNA drammaturgico, l’autore tiene le fila evitando che queste si spezzino a causa dei passaggi a vuoto, delle ridondanze e delle futili divagazioni che gonfiano il racconto e il minutaggio rispetto alle reali esigenze del plot.
La transizione da un genere a un altro, con relativi mood e stilemi al seguito, impedisce al film di liquefarsi davanti ai nostri occhi e di sprofondare negli abissi della noia. Da questo fattore dipende quindi il meccanismo di regolamentazione del flusso emotivo, del coinvolgimento dello spettatore, l’evoluzione delle one-lines dei personaggi, ma soprattutto la gestione della tensione, il cui livello sale e scende come nella colonnina di un termometro. Quest’ultima si fa febbrile solo nel finale, dopo essere stata latente per gran parte della timeline, implodendo sullo schermo solo in prossimità del già citato epilogo, che arriva con un pugno ben assestato alla bocca dello stomaco. È qui che Cuenca mette in mostra il meglio del suo cinema, un corpus di film che si nutre appunto di mutazioni genetiche e di genere, nel quale esplora il lato più miserabile della condizione umana a partire dal bisogno imperativo di realizzare qualcosa come per lo scrittore protagonista di El autor o i personaggi ambigui che animano La flaqueza del bolchevique e Caníbal. Ecco allora che La hija si va a incasellare coerentemente nel discorso tematico portato avanti nel corso degli anni dal regista andaluso. Qui quel bisogno di realizzare qualcosa si traduce nel desiderio di avere figli da parte di una donna e di suo marito che non ne possono avere, passando per mezzi non leciti ai danni di un’adolescente.
Il tutto racchiuso e veicolato attraverso una confezione che restituisce tutte le qualità di Cuenca, a cominciare dalla gestione del ritmo e dello spazio, il gusto nella composizione dell’inquadratura e la sua funzionalità dal punto di vista del racconto (la bellezza di alcune inquadrature contrasta con la crudeltà della trama) e la direzione degli attori, con il terzetto formato da Javier Gutiérrez, Patricia López Arnaiz e Irene Virgüez che ricambiano con delle interpretazioni davvero convincenti.

Francesco Del Grosso

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