La déesse des mouches à feu

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6.0 Awesome
  • voto 6

Adolescenza (quasi) interrotta

Impresa quanto mai ardua, al giorno d’oggi, raccontare un classico coming of age senza scadere nel già visto. La regista canadese Anaïs Barbeau-Lavalette, dirigendo il suo La déesse des mouches à feu – lungometraggio che inaugura la diciottesima edizione delle Giornate del Cinema Quebecchese in Italia – mette in scena un tentativo tutt’altro che esente da difetti ma capace di riscattarsi parzialmente grazie ad uno sguardo intriso di sincerità.
La dea delle lucciole, questa la traduzione italiana del titolo francese, è la giovane Catherine (brava la giovanissima Kelly Depeault), sedici anni ed una sete esistenziale in larga parte frustrata da un ambiente circostante a dir poco ostile. Genitori carichi di rabbia reciproca ed inevitabilmente avviati sulla strada di una separazione assai poco amichevole. A scuola si impara poco, si fuma molto, circola droga a volontà, si cerca una ragione per sopravvivere in un luogo che non presenta alcun elemento di crescita sociale. Si evoca “Christiane F – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” – il romanzo viene regalato a Catherine – ma senza la disperazione esistenziale presente sia nel testo che nella trasposizione cinematografica girata da Uli Edel nel 1981. In La déesse des mouches à feu le lancette del tempo si muovono sino alla metà degli anni novanta, con annotazioni su Kurt Cobain e Pulp Fiction, icone pop del periodo a ricreare l’atmosfera del tempo; tuttavia continua ad essere sempre la percezione di vuoto a prevalere. Una descrizione abbastanza realistica del microcosmo di appartenenza, sorta di “non luogo” che rappresenta il punto di forza del film diretto dalla Barbeau-Lavalette, piuttosto smaliziata nel raccontare una gioventù tanto acerba quanto priva di bussola e senza una qualsivoglia guida adulta che la conduca ad un senso compiuto. Nel compiere tale operazione la regista originaria del Quebec compie però l’errore di affidarsi a troppi stereotipi appartenenti al suddetto sottogenere, rinunciando quasi a priori alla volontà di affermare qualcosa di veramente originale in materia. Siamo dunque piuttosto lontani dalla poetica di un Richard Linklater – ricordiamo per tutti il cult-movie Dazed and Confused, datato guarda caso 1993 – autore capace di raccontare lo sbandamento giovanile, la ripetizione di giornate spesso identiche l’una con l’altra penetrando gli animi dei personaggi e favorendo in modo totale l’empatia con i giovani protagonisti. La déesse des mouches à feu possiede invece la presunzione di voler analizzare dall’esterno, tenendo ogni cosa a debita distanza quasi si trattasse di uno studio scientifico. Nonostante momenti sulla carta pregnanti come un suicidio e un’overdose, il coinvolgimento latita, accompagnato dalla convinzione che Catherine ed i suoi coetanei siano in realtà prigionieri di un circolo vizioso dal quale sia pressoché impossibile uscire. Lo conferma anche la prevedibile struttura circolare della narrazione, che si apre e si chiude con sterili discussioni famigliari totalmente impotenti nell’affrontare il problema alla radice. La mancanza di scopi esistenziali, di un senso etico in grado di fornire le coordinate di base per affrontare la vita, non diviene uno stimolo a migliorarsi ma rimane una comoda scorciatoia tesa a fuggire da qualsiasi tipo di responsabilità.
Un pessimismo di fondo, peraltro assolutamente comprensibile e persino giustificabile, che avrebbe però avuto bisogno anche dell’illustrazione di una controparte, una mèta anche irraggiungibile che avrebbe completato il quadro di una fase di passaggio esistenziale sostanzialmente abortita. Così come La déesse des mouches à feu rimane, al tirar delle somme, un’opera in parte irrisolta, incastrata a forza in un meccanismo autoreferenziale da essa stessa innescato. Peccato. Perché la forza centrifuga del puro realismo appariva davvero a portata di mano.

Daniele De Angelis

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