La casa lobo

0
8.0 Awesome
  • voto 8

Maria, il lupo e i tre piccoli porcellini

Prendi Švankmajer e mescolalo con i fratelli Quay e il risultato non potrà che essere un’opera che si avvicina per estetica e approccio alla materia a La casa lobo, il lungometraggio firmato a quattro mani da Cristobal León e Joaquín Cociña, presentato tra gli eventi della 16esima edizione di Imaginaria dopo le fortunate apparizioni alla Berlinale 2018 e ad Annecy, dove si è aggiudicato rispettivamente il Premio Caligari per il miglior film della sezione “Forum” e la Menzione Speciale della Giuria. In tal senso, già dalle prime immagini i suddetti riferimenti si palesano sullo schermo in maniera piuttosto evidente, ciononostante i due cineasti cileni sono riusciti a personalizzare la pellicola con pennellate che le hanno permesso di attingere senza però dipendere in tutto e per tutto da essi.
In La casa lobo, León e Cociña raccontano la triste storia di Maria, una ragazza appartenente a una colonia di tedeschi situata nel Sud del Cile, fuggita nella foresta per evitare una punizione. Con lei tre maialini e un grosso lupo cattivo. La protagonista entra in una casa trovata nel bosco, una casa senza pace, instabile. Presto anche lei e i suoi coinquilini a quattro zampe cominciano a perdere la loro forma stabile, perché qualcosa sta per accadere. Naturalmente sarà la visione e non certo noi a rivelarvi cosa.
In una sorta di kammerspiel angosciante e claustrale rinchiuso tra le quattro mura liquide di una casa in perenne decomposizione, la coppia di cineasti mettono in scena un incubo ad occhi aperti che assume via via le sembianze della fiaba de “I tre porcellini” rivisitata per l’occasione dai fratelli Grimm e trasformata in una delle loro favole nere. Nero come il buco che ha inghiottito il Cile di Augusto Pinochet durante gli orrori della sua dittatura. Quest’ultima rimane fuoricampo, ma se ne avverte perennemente la presenza in una chiave metaforica, che vuole il lupo sostare invisibile all’esterno della casa di legno dove la ragazza e i suoi compagni di sventura si sono barricati. E la mente per qualche strano meccanismo innescato dalla fruizione torna per assonanze drammaturgiche al The Village di M. Night Shyamalan, dove un villaggio americano del XIX secolo completamente isolato dal resto del mondo è circondato da una foresta che sembra essere infestata da mostruose creature.
In questa atmosfera di pericolo costante dove tutto si compone e si scompone davanti agli occhi dello spettatore in un piano sequenza che ha in una macchina da presa sporca ed epilettica l’occhio che cattura e restituisce sullo schermo, gli autori mettono in scena una lotta per la sopravvivenza. Per farlo optano per un’animazione in continua mutazione, con un DNA camaleontico che costringe tanto la materia filmica quanto la confezione a cambiare pelle per adattarsi di volta in volta alla piega assunta dalla storia e dallo stato d’animo dei suoi personaggi. Proprio questa natura camaleontica rappresenta il punto di forza e il modus operandi utilizzato dagli autori per dare forma e sostanza a un’opera che parte dalla tecnica del passo uno per sfociare poi nel cinema sperimentale e nella videoarte. Una contaminazione di stili e linguaggi che consente al risultato di sfuggire alle facili catalogazioni, ossia da quegli steccati che sono soliti circoscrivere la creazione di turno, dando ad essa una definizione precisa di genere. La casa lobo sfugge volutamente a qualsiasi tentativo di ingabbiamento ed è questo il suo più grande merito. Di conseguenza, ogni tentativo in tale direzione è assolutamente sbagliato, poiché quello in questione è e vuole essere un oggetto filmico non meglio identificato che naviga in solitario nello sterminato oceano del cinema d’animazione.

Francesco Del Grosso

Leave A Reply

15 + tredici =