Jukai – La foresta dei suicidi

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Ingannevole è la selva…

Esistono film che partono da suggestioni potenzialmente dirompenti, perdendo man mano che procedono la giusta misura in nome di una convenzionalità quasi mai del tutto apprezzabile. Jukai – La foresta dei suicidi (The Forest, in originale) appartiene a tale categoria. Il problema che impedisce al lungometraggio d’esordio di Jason Zada la transizione verso i nobili lidi dell’opera di culto si potrebbe far risalire, tra i molteplici motivi, in prevalenza proprio all’inesperienza del regista. Il materiale di partenza era infatti ottimo per un’opera a cavallo tra horror e thriller psicologico, potendo oltretutto contare su un’ambientazione satura di atmosfere variabili – dalla somma bellezza naturale alla paura più profonda – come quella della foresta di Aokigahara, inestricabile selva ai piedi del monte Fuji dove la gente sceglie volontariamente, nella realtà, di perdersi al suo interno alla ricerca di una morte a contatto con la natura. Un luogo certamente affascinante, utilizzato come teatro dell’azione anche nel coevo La foresta dei sogni di Gus Van Sant
Ebbene Jukai – La foresta dei suicidi, raccontando la storia di Sara, americana che si catapulta in Giappone alla disperata ricerca della sorella gemella Jess che pare scomparsa proprio in quei boschi, avrebbe potuto rappresentare un magnifico punto d’incontro, cinematograficamente parlando, tra l’horror statunitense fatto di efficaci brividi epidermici e il composito, classico J-horror teso a riflettere sul sottile confine che separa la vita dalla morte, con relative zone d’ombra sullo sfondo. L’operazione di sintesi non è però riuscita alla perfezione, anche perché regista e sceneggiatori non si sono fidati appieno delle loro possibilità, inserendo elementi non solo palesemente incongrui alla narrazione ma pure parecchio sfruttati, nella vana speranza di alzare così la soglia di attenzione dello spettatore. Invece di lasciare, come sarebbe stato assai più logico, la povera Sara (ben interpretata dalla Natalie Dormer de Il trono di spade, ovviamente sdoppiatasi anche nei panni della gemella Jess) in balia delle famigerata foresta – e degli Yurei, per l’appunto gli inquieti fantasmi dei defunti traditi dalla vita che ivi dimorano – intenta a risvegliare le paure recondite nonché sensi di colpa della giovane, lo script le affianca una figura retorica programmaticamente ambigua come quella del giornalista (?) australiano Aiden, del tutto fuori fuoco e pretestuosa al fine di costituire un diversivo rispetto alla linea narrativa principale. In questo caso aggiungere carne al fuoco si è rivelata scelta deleteria, poiché è andata dispersa un’essenzialità, che definiremmo di matrice polanskiana, sulla ricerca autentica di se stessi attraverso un luogo che è tutto e nulla allo stesso tempo. L’autorialità resta lontana, per non parlare di un approccio alla complessità della cultura nipponica che definire superficiale è riduttivo.
Non mancano in Jukai momenti di tensione ben orchestrati, con l’aggiunta di un twist finale tanto beffardo quanto non imprevedibile, sebbene assolutamente consono a ciò che si è visto sino a quel momento. Purtroppo è l’insieme a risultare decisamente sin troppo ibrido sia per sporcarsi sino in fondo le mani con il genere horror, sia per affrontare con la massima cognizione di causa i delicati meccanismi psicologici che regolano il rapporto tra le due gemelle, unite da qualcosa – come svela gradatamente il film – che va ben oltre il semplice legame di sangue.
Rimane così la sensazione agrodolce di aver scrutato un quadro dalla cornice maestosa ma dalla realizzazione non del tutto consapevole dei propri mezzi. In determinati casi si dovrebbe avere il coraggio di puntare in alto nel confezionare un prodotto concretamente adulto alla maniera del paradigmatico The VVitch (2015) di Robert Eggers, tralasciando la pur comprensibile tentazione di girare un’opera in grado di accontentare quanto più pubblico, magari pescato tra gli appassionati del genere, possibile. Jukai – La foresta dei suicidi resta così metaforicamente “prigioniero” all’interno del medesimo limbo che descrive.

Daniele De Angelis

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