La foresta dei sogni

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5.0 Awesome
  • voto 5

Un posto perfetto per suicidarsi

Nel novero delle grandi domande esistenziali destinate a non avere la soddisfazione di una risposta, ecco arrivarne una dal sapore squisitamente cinefilo: perché un autore fuori da qualsiasi schema tipicamente hollywoodiano di nome Gus Van Sant ha girato un film come La foresta dei sogni? Certamente The Sea of Trees, titolo originale quantomai suggestivo, affronta direttamente e con altissimo sprezzo del pericolo un argomento pregnante come l’elaborazione del lutto, e più in generale ragiona sul concetto di morte in sé. Il problema risiede, ovviamente, nel modo in cui mette in atto tale processo creativo sulle tematiche appena menzionate. Di conseguenza, domanda cede il posto ad altra domanda: possibile che Van Sant non si sia accorto del tipo di materiale su cui stava lavorando? La sceneggiatura del carneade Chris Sparling – tipo che probabilmente si è fatto un nome a Hollywood con lo script di Buried – Sepolto, il sopravvalutato film con Ryan Reynolds rinchiuso per tutto il tempo del film in una cassa sottoterra – deraglia proprio laddove dovrebbe battere il cuore dell’opera, cioè nelle sequenze ambientate nella foresta di Aokigahara non lontano da Tokyo, luogo altamente spirituale eletto, da aspiranti suicidi provenienti dall’intero globo, posto ideale dove porre termine ai propri giorni. Un spunto narrativo che avrebbe potuto sfociare nella rappresentazione visiva – ed il comparto tecnico fa appieno il proprio dovere, a cominciare dalla splendida (sin troppo) fotografia di Kasper Tuxen – di un viaggio esistenziale tra il senso della vita e quello della fine, a cavallo tra due culture affascinanti, quella americana e quella giapponese, messe a confronto senza troppi voli pindarici. Al contrario, ecco la solita descrizione sommaria di atmosfere umaniste alla Reader’s Digest, poco sapientemente adattate per palati dal gusto tutt’altro che sopraffino.
Nell’evolversi di una storia che vede protagonista il professore di fisica Arthur Brennan (il talentuoso Matthew McConaughey, nell’occasione però abbastanza spaesato), prostrato a seguito della prematura scomparsa della moglie (Naomi Watts), Van Sant e la sceneggiatura vanno accumulando istanze sempre più “pesanti” senza però riuscire ad evitare improbabili e poco sorprendenti derive da soap opera, con il Destino cinico e baro che si accanisce senza sosta sulla, già di per sé travagliata, vita coniugale della coppia. Se il doppio binario temporale della narrazione – il presente nella foresta giapponese del titolo, il passato nella rievocazione del rapporto tra marito e moglie – permette un certo approfondimento dei personaggi e delle loro dinamiche sentimentali, finisce anche con l’essere piuttosto didascalico sulle motivazioni che convincono Brennan a desistere dai suoi propositi suicidi; l’incontro con il suo omologo giapponese Takumi Nakamura (Ken Watanabe) – personale proiezione mentale, da parte del protagonista, della moglie defunta? Oppure autentico spirito benigno apparso in una foresta popolata da creature sovrannaturali? –  ha pochissima risoluzione a livello emozionale, riducendosi a puro pretesto per portare avanti un plot che annaspa alla disperata ricerca di risposte a tutti i costi. Ad essere benevoli si potrebbe quindi ricondurre La foresta dai sogni alla filmografia del Gus Van Sant più sperimentale, quello in cui indagava sulla sottile linea di confine tra il dubbio di esistere ed il suo senso compiuto e che ha visto in Gerry (2002) l’esempio maggiormente riuscito. Un tentativo purtroppo andato in gran parte a vuoto anche per il desiderio di realizzare un’opera che fosse pienamente accessibile, nella sua semplicità da parabola universale, ad ogni tipo di pubblico. Ma a furia di sottrarre e semplificare, come del resto da abituale modus operandi di Van Sant, de La foresta dei sogni è rimasto solo un guscio, svuotato di qualsiasi contenuto che avrebbe potuto elevarlo al grado di autentico film “animista”, in grado di (far) credere nella bellezza assoluta delle persone nonché nella loro conversione ad un’esistenza magari non gioiosa ma perlomeno priva di soverchi dubbi.
Se La foresta dei sogni ha dunque un motivo di fascinazione, ebbene quest’ultimo risiede nella sottile forma di perversione scaturita dall’assistere ad un “perfetto” suicidio artistico da parte di un autore tra i più considerati al mondo e qui al primo, autentico, passo falso di una filmografia per il resto quasi impeccabile.

Daniele De Angelis

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