Ivan Reitman, quegli indimenticabili anni ottanta

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Non solo Ghostbusters

Gli anni ottanta, gloriosa decade cinematografica per coloro che hanno avuto la fortuna di viverla, vanno inesorabilmente scemando, allontanandosi ogni giorno che passa dalla memoria collettiva. Ivan Reitman, scomparso a settantacinque anni, ne è stato senza dubbio uno degli artefici principali, se non altro per aver realizzato uno dei titoli che si è maggiormente radicato nella memoria degli spettatori, cioè il mitico Ghostbusters (1984) originale, poi seguito da sequel e reboot.
Dal travolgente successo di quella pellicola nasce la fama di Reitman come regista commerciale, destinato alla possibilità di sbancare il botteghino ad ogni lungometraggio diretto. Giudizio quantomai errato, probabilmente ingiusto. Poiché Reitman, cecoslovacco di nascita ma emigrato ancora bambino in Canada, dovrebbe essere considerato uomo di cinema a tutto tondo anche e soprattutto in virtù della sua meritoria attività produttiva. Che comincia ancora prima, negli anni settanta. Quando, correva l’anno 1975, un giovane cineasta canadese irruppe nel mondo del cinema di genere per rivoluzionarlo dal di dentro, grazie ad una lucidissima visione socio-politica dell’horror. Si chiamava – e si chiama tuttora – David Cronenberg, di cui Reitman ebbe il merito di produrre il devastante esordio Il demone sotto la pelle (Shivers) e successivamente il magnifico Rabid – Sete di sangue (1977). Due opere che segnarono una svolta clamorosa nel genere, investendo di evidente autorialità un’estetica sino ad allora considerata a torto di pura serie B.
Non pago di tale meritoria attività “mecenatistica” Reitman inanella un altro gioiello al proprio curriculum produttivo. Era il 1978, con vista sugli anni ottanta, quando John Landis dirige la celeberrima college comedy Animal House, altra pellicola epocale destinata a sconvolgere tutti gli equilibri dello status quo perbenista. Uno stile corrosivo, quello di Landis, che Reitman ha provato a replicare, pur con minor vena iconoclasta ma comunque con successo, in lungometraggi da lui diretti ad inizio carriera quali Polpette (Meatballs, 1979), Stripes – Un plotone di svitati (Stripes, 1981) e lo stesso Ghostbusters. Una verve satirica che purtroppo si è andata appannando nel corso degli anni, dove Reitman ha comunque contribuito, come si accennava, a costruirsi una solida reputazione da affidabile regista di commedie di largo consumo popolare. Esemplare, in questo senso, il sodalizio artistico con un Arnold Schwarzenegger fermamente intenzionato a non rimanere ancorato a ruoli di duro ad oltranza. Da questa curiosa collaborazione scaturiscono lungometraggi quali I gemelli (Twins, 1988), Un poliziotto alle elementari (Kindergarten Cop, 1991) e Junior (1994). Opere dagli spunti insoliti ed originali – soprattutto il primo ed il terzo titolo – messi però in scena in un modo convenzionale atto a conquistare quanto più pubblico possibile. Anche questa, ad ogni modo, una dimostrazione di quanto possa essere difficile raggiungere vette di alto “artigianato”.
Una dimensione artistica che Reitman dimostrerà per l’ennesima volta di aver pienamente raggiunto con l’ottimo Dave – Presidente per un giorno (Dave, 1993), sofisticata rilettura del cinema di Frank Capra nobilitata dalla presenza di un meraviglioso cast comprendente un irresistibile Kevin Kline ed una magnifica Sigourney Weaver nei panni del Presidente USA che tutti vorrebbero e della affascinante First Lady.
Anche per i motivi appena elencati grandi divi hanno sempre lavorato volentieri a fianco di Reitman, consapevoli della sua abilità sia nei rapporti umani che nell’incontrare i gusti del pubblico. Bill Murray (i già citati Polpette e Ghostbusers, a titolo di esempio), Robert Redford (nella riuscita commedia tinta di giallo Pericolosamente insieme, 1986 come Debra Winger e Daryl Hannah) e Harrison Ford (Sei giorni sette notti, 1998) sono gli altri interpreti altisonanti che Reitman ha avuto l’onore di dirigere in opere di sicuro impatto commerciale. Ma anche loro potranno raccontare di aver lavorato sotto la regia di Reitman. Un nome capace di lasciare una traccia indelebile – anche per merito di suo figlio Jason, a propria volta apprezzato regista – nella Storia della Settima Arte. Senza stare troppo a sottilizzare se il suo ingresso possa essere avvenuto dalla porta principale oppure da un ingresso secondario. In questi casi conta solamente l’amore infinito per il Cinema. Un affetto ricambiato, oltre che dall’approccio di Reitman verso il proprio lavoro, anche dagli spettatori nei suoi confronti.

Daniele De Angelis

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