Italiano medio

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Maccio Maccio Man

È scientificamente provato che l’essere umano usa normalmente il 20% della capacità celebrale. Di conseguenza, viene da chiedersi cosa ne è del restante 80% e soprattutto cosa si potrebbe fare con il 100%.  Se con Limitless prima e Lucy dopo, Neil Burger e Luc Besson hanno provato a dare delle possibili risposte, al contrario, Marcello Macchia, in arte Maccio Capatonda, ha preferito mostrare cosa potrebbe accadere se la percentuale crollasse raggiungendo la soglia del 2%.
In Italiano Medio, nelle sale a partire dal 29 gennaio 2015 con le 400 copie messe a disposizione dalla Medusa, il trasformista e regista abruzzese porta sul grande schermo un vero e proprio esperimento scientifico e antropologico, utile non solo a intrattenere le platee su larga scala, ma a sbatterci finalmente in faccia cosa siamo o cosa rischiamo di diventare una volta assuefatti alle “droghe” che la nostra Società attuale somministra continuamente ai suoi cittadini attraverso i modelli, gli stili di vita, i trucchetti e i vizi, imposti, codificati e applicati sulla e dalla collettività. Solo per questo, l’esordio cinematografico di Capatonda dovrebbe essere spogliato dall’ombra del pregiudizio, quello che, sulla carta e sulla base di quanto quotidianamente il tuttofare ci ha offerto sino a questo momento con le apparizioni sul piccolo schermo o sul web, potrebbe nascere in chiunque. Noi e tanti altri come noi, con quel pregiudizio ci siamo rapportati alla pellicola, convinti di trovarci al cospetto dell’ennesimo spettacolo trash, per poi a conti fatti doverci ricredere, a differenza di quanto invece accaduto con lo sbarco al cinema de I soliti idioti. Senza dimenticare la paura di rivolgere nuovamente lo sguardo verso il tentativo del comico di turno di replicare al cinema, con esiti imbarazzanti (uno su tutti il Giovanni Vernia di Ti stimo fratello, seguito a ruota da Pio & Amedeo con Amici come noi), i successi ottenuti invece nei programmi televisivi o negli spettacoli di cabaret. In tal senso, tanto il pregiudizio quanto le paure erano più che fondate dati i non felici trascorsi. Detto ciò, Capatonda, così come Zalone e Albanese, è stato capace di trasformare una commedia dozzinale in uno specchio di pixel nel quale andarci a specchiare. Trattasi di uno specchio che, passando per immagini alterate e distorte, è in grado di restituire ciò che siamo, che vorremmo essere o che fingiamo di essere.
Il trash, la comicità spinta e volgare, così come la satira feroce che non risparmia niente e nessuno, nelle mani di Capatonda non sono strumenti fini a se stessi per strappare risate a buon mercato, ma diventano lame affilate da rivolgere contro noi stessi. Dietro non c’è il solito campionario di battute e sketch facili e buttati lì, piuttosto un bagaglio di intelligenza sopraffina, che fa del citazionismo e della parodia (da Fight Club ad Arancia meccanica e chi più ne ha, più ne metta) il carburante che alimenta il motore. In Italiano Medio si mette alla berlina tutto quello che la Società ha prodotto e partorito negli ultimi decenni, compresa la tele e l’internet dipendenza, il consumismo sfrenato oppure il bisogno irrefrenabile di apparire e ostentare ciò che si è o ciò che si possiede. Ne scaturisce un ritratto dissacrante e politicamente scorretto dell’italiano medio, che restituisce quel noi che facciamo molta fatica a tenere nascosto, con quel carico di vizietti e tic che oramai fanno parte del nostro dna. E la mente non può tornare, con le giuste proporzioni e distanze, alla grande commedia all’italiana, ai “mostri” che ha saputo più di ogni altro rappresentare, oppure al Verdone vecchia maniera, che quei “mostri” è stato capace di attualizzare.
Maccio dà libero sfogo a una creatività senza freni inibitori, che si alimenta del già visto e sentito, ma spinto all’eccesso. A questo aggiunge pennellate personali che spiazzano e divertono, alcune delle quali davvero irresistibili. La ricetta vincente sta nel non aver puntato su una commedia ad episodi, tantomeno su uno racconto cucito mediante una successione di gag, bensì su una storia vera e propria. Nel farlo si sdoppia, così come il resto del cast che lo circonda, dando vita a una serie di personaggi che si alternano al fianco del protagonista Giulio Verme, vegano e ambientalista convinto, che si trova a combattere una battaglia intestina, senza esclusione di colpi, con il suo alterego/nemesi in odore di dottor Jekyll e Mr. Hyde, come accaduto in passato all’Eddie Murphy de Il professore matto, all’Edward Norton di Fight Club o al Jim Carrey di The Mask, e più di recente al Michael Keaton di Birdman.

Francesco Del Grosso  

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