Fargo

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Quel male banale che invade la tv

É trascorso quasi un ventennio da quel 1996 in cui, a Cannes e poi agli Oscar, i Coen si facevano finalmente e meritatamente conoscere anche al grande pubblico con un’opera unica, cruda, anomala, forse la migliore della loro filmografia. Fargo, coi suoi toni da commedia nera, con l’imprevedibilità schizoide di una violenza assurda e ottusa pronta a esplodere in ogni momento, con la grottesca e pericolosa stupidità della fredda provincia americana, consacrava definitivamente un nuovo modo (il loro modo) di fare cinema, un occhio capace di fotografare e al tempo stesso di contribuire a ridefinire un immaginario che non sarebbe più stato lo stesso.
É proprio questo immaginario corrotto e ridicolo a un tempo, questi personaggi innalzati (o sprofondati) a tipi universali, clown assurdi in un mondo glaciale e vorace, quello stile dai toni ridicoli e insieme apocalittici a divenire allora la struttura portante, il perno, la stessa ragione d’essere di un’operazione come quella della serie antologica Fargo, trasmessa nel 2014 dalla cable tv FX per un totale di 10 episodi. Lontano dalla semplice trasposizione cinematografica, al di là della scontata rivisitazione cinefila, la serie (scritta da Noah Hawley, e prodotta, ovviamente, dai Coen) diviene allora, più che altro, una sorta di summa dei temi del duo, un compendio di toni e atmosfere tipiche della loro personalissima poetica, virata questa volta al più versatile (e in un certo qual modo, congeniale) medium televisivo.
Ecco allora che alla vicenda dell’inetto venditore d’auto interpretato da William H. Macy, artefice del finto rapimento disastroso della moglie, si sostituisce quella del suo simile, debole e disperato collega di sventure Lester Nygaard (un bravissimo Martin Freeman), frustrato assicuratore la cui vita cambierà dopo l’incontro casuale ma cruciale con lo spietato, freddissimo e diabolico killer Lorne Malvo (un inquietante Billy Bob Thornton, quasi sulle implacabili orme del Bardem di Non è un paese per vecchi).
É così la banalità del male quella che si insinua nelle pieghe di un mondo abitato da individui paradossali, macchiette assurde, comparse crudeli o semplicemente stupide (la coppia di killer, il ricco imprenditore greco, lo stesso sceriffo) a contrastare con la flebile, drammatica speranza rappresentata da pochi, sperduti individui (la coppia di agenti di polizia, Molly e Gus), a minacciare, costantemente, di annientarla in nome di quella logica animalesca tanto teorizzata dall’inesorabile e cinico Malvo e così concretamente reale nella sua assurda semplicità da risultare drammatica, oltre ogni grossolanità, oltre ogni grottesca buffoneria.
La Fargo televisiva, forse ancora più di quella cinematografica, diviene allora l’emblema universale di un mondo alla deriva, una provincia di lynchiana memoria che ai mondi possibili nascosti dietro alle pieghe della realtà contrappone una immacolata desolazione virata al nero e più pessimista che mai, votata a una realtà insuperabile che nega qualsiasi volo o fuga, qualsiasi solida e duratura speranza. Cupa parabola sull’ottusità di una violenza cruda, assoluta, disarmante pronta a impadronirsi di anime mediocri e perse, destinata a dilagare per le trame di un tessuto sociale meschino, opportunista, vuoto.
Sono tutti questi motivi, temi, suggestioni a fare allora di Fargo un prodotto tanto anomalo quanto ben definito, inevitabilmente potente e a suo modo coinvolgente. Forte dell’originalità (almeno se rimaniamo nell’ambito seriale) ambigua di una storia bislacca, esilarante, drammatica, Fargo, pervade il piccolo schermo con lo sguardo misurato e cinico di due autori che hanno contribuito immensamente alla narrazione e all’immaginario cinematografico degli ultimi vent’anni, donando una ulteriore linfa vitale al mezzo televisivo e dando vita, forse, a una delle migliori serie televisive di sempre.

Mattia Caruso

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