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Io sono un po’ matto… e tu?

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VOTO: 8

Dovremmo ricordarcelo sempre: da vicino nessuno è normale!

Sebbene l’Adriano abbia pubblicizzato per giorni l’evento, la stampa nazionale e locale non ha fatto poi un granché (eufemisticamente parlando) per dare il giusto rilievo all’iniziativa che ha debuttato lunedì scorso a Roma. Peccato. Perché avremmo voluto vedere il cinema pieno, per la riproposizione in sala di un film già nel cuore di molti come  Io sono un po’ matto… e tu?, replica con la quale ha avuto inizio il 19 maggio la breve rassegna in programma (quasi) ogni lunedì e intitolata per l’appunto Da vicino nessuno è normale.
In cartellone i tre film film scritti e diretti da Dario D’Ambrosi con l’Associazione Teatro Patologico e la partecipazione di attori disabili provenienti dal Teatro stesso. Vi è grande curiosità anche per i titoli calendarizzati più avanti, ovvero L’uomo gallo (di cui D’Ambrosi ha spiegato nella circostanza la genesi, per certi versi strabiliante) il 26 maggio e Il ronzio delle mosche il 9 giugno. Ma per il momento testa e cuore sono ancora fermi alla visione di Io sono un po’ matto… e tu?, che ha generato in noi profonde emozioni.

Assai difficile da “catalogare”, Io sono un po’ matto… e tu? travalica le tradizionali distinzioni formali e di genere per documentare, in modo tanto analitico quanto empatico, la diffusione delle malattie mentali in Italia, fenomeno troppo spesso sottostimato, ottusamente posto in secondo piano, nonché mal compreso e affrontato persino peggio da una società che ha perso il controllo e va ormai alla deriva. Ma a volte neanche lo sa!
A questo sostanziale, preoccupante disinteresse il film di D’Ambrosi contrappone una vera e propria strategia informativa, fondata però anche sulle sue esperienze di teatro-terapia, su segmenti narrativi di impronta situazionista, sul candore dei suoi protagonisti e su una contagiosa (auto)ironia. In tal modo il film descrive e documenta, ricorrendo all’occorrenza a didascalie, statistiche, brevi descrizioni delle singole patologie (più diffuse di quanto possa apparire, si pensi soltanto a quanti di noi sono costretti a confrontarsi con la depressione oppure con la claustrofobia oppure con la ludopatia o magari con disturbi ossessivo-compulsivi: una marea di casi, molti dei quali non vengono neanche curati per paura dello stigma sociale o per l’indifferenza dei famigliari), l’urgenza di rapportarsi a un problema di fronte al quali tanti preferiscono girare la testa dall’altra parte. Eppure, pur condividendo sull’argomento preziosi punti di vista e osservazioni, Io sono un po’ matto…e tu? non è semplice documentario bensì opera di creazione in cui lo stesso incontro tra interpreti affermati che si sono prestati al gioco con grande sensibilità e attori non professionisti, quali sono gli splendidi esseri umani entrati precedentemente in contatto col Teatro Patologico, proprio in virtù della loro disabilità psichica, produce un continuo arricchimento di senso e di prospettive del quale paiono beneficiare tanto gli spettatori che chiunque sia stato coinvolto nelle riprese. Autentica terapia di gruppo come pure terapia dello sguardo e della rappresentazione.

Vediamo pertanto divi nostrani come Marco Bocci, Raoul Bova (meraviglioso insonne, per inciso, a spasso tra i reperti del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia), Stefano Fresi, Claudia Gerini, Edoardo Leo, Vinicio Marchioni, Stefania Rocca e Claudio Santamaria dialogare con le proprie tare, siano esse da loro amplificate o reali tendenze, come pure con quei pazienti psichiatrici acclarati la cui umanità di fondo stabilisce coi primi una sorta di legame empatico, all’insegna del tormentone più volte ripetuto, quasi fosse una parola d’ordine: “Io sono un po’ matto…e tu?“. Poiché la cosiddetta “normalità” molto spesso non è altro che un velo sottile, attraverso il quale ci si vorrebbe sottrarre alla complessità della vita, alla commovente fragilità di qualsiasi equilibrio psichico.
Tra coloro che hanno compreso la genuinità di tale progetto cinematografico vi è senz’altro Claudia Gerini, che non soltanto compare in alcune scene del film, ma lo continua volentieri ad accompagnare in molte proiezioni pubbliche, compresa quella di lunedì scorso. Irresistibili certi suoi duetti in sala con Dario D’Ambrosi, dal quale a un certo punto si è fatta persino sollevare in aria, gioiosamente e in amicizia, come fosse un fuscello!
La forza di D’Ambrosi non risiede comunque soltanto nelle braccia, ma nelle idee. Come abbiamo appreso all’Adriano, il principale artefice del Teatro Patologico porterà a breve le sue proposte e le sue esperienze inerenti alla teatro-terapia addirittura alle Nazioni Unite. Noialtri naturalmente facciamo il tifo per lui. E intanto ci siamo gustati, durante la presentazione del film, un’aneddotica fitta e a tratti irresistibile, che quando ha toccato amorevolmente le figure di Greta Scacchi e Mel Gibson (col quale D’Ambrosi collaborò, in un piccolo ruolo, per La Passione di Cristo) ci ha lasciato a bocca aperta, regalandoci più di un sorriso.

Stefano Coccia

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