Gli ultimi testimoni
Sarà un uomo,
Stanno già salutando quelli nati senza televisione
Sarà un uomo,
Stanno finendo quelli che hanno camminato
Senza scarpe
E tutti quelli che non hanno capito
Cosa vuol dire HI-FI
E tutti quelli che voglion le orchestre
Non si fidano dei DJ
Luca Carboni, “Sarà un uomo”
Non è certo la prima volta che chi ha partecipato alla Guerra di Liberazione o chi ne è stato comunque testimone diretto si racconta davanti alla macchina da presa. Più passa il tempo, però, più si amplifica l’effetto che già verso la metà degli anni ’80, sebbene da un’angolazione sensibilmente diversa e naturalmente meno “impegnata”, poteva suggerire la canzone di Luca Carboni da noi citata in apertura: il succedersi di differenti generazioni e la progressiva scomparsa di chi ci ha preceduto, del suo stile di vita, di cosa può essere stato per lui importante.
Tali sono le considerazioni che ha saputo stimolare in noi la visione di Avevo due paure, il per molti versi toccante documentario di Theo Putzu e Paolo Cagnacci, distribuito da Garden Film, in sala dal 23 aprile 2026 con l’ovvio proposito di sensibilizzare e far riflettere sul significato della Festa della Liberazione, per l’appunto il 25 aprile. A raccontare sullo schermo quei frangenti così drammatici della loro giovinezza con una lucidità a tratti sorprendente sono pertanto una serie di anziani, siam uomini che donne, i quali, essendo stati partigiani, staffette, sfollati e testimoni oculari di feroci rappresaglie, sono sopravvissuti alla Seconda Guerra Mondiale dando in parecchi casi un contributo attivo alla lotta contro il nazi-fascismo.
Ciò che colpisce, insomma, è che gli intervistati del così toccante documentario siano perlopiù ultranovantenni e in qualche caso persino centenari, il che rende il lavoro Theo Putzu e Paolo Cagnacci innanzitutto prezioso esempio di impegno civile, valido strumento di conoscenza storica, testimonianza sempre più rara e preziosa di esperienze di vita da sottrarre all’oblio.
Registicamente parlando questo “viaggio spazio-temporale di persone e luoghi della Resistenza”, così come lo hanno definito gli autori ispirandosi per il titolo a poesia di Giuseppe Colzani (1927-2017), Partigiano milanese (Avevo due paure / La prima era quella di uccidere / La seconda era quella di morire / Avevo diciassette anni / Poi venne la notte del silenzio / In quel buio si scambiarono le vite / Incollati alle barricate alcuni di noi morivano d’attesa / Incollati alle barricate alcuni di noi vivevano d’attesa / Poi spuntò l’alba / Ed era il 25 Aprile) è di una semplicità e di una sobrietà pressoché assolute. Le interviste degli attempati protagonisti, coi dettagli dei loro volti scavati, vissuti, ripresi in primo e primissimo piano, solitamente con uno sfondo scuro a metterli ancor più in rilevo, si alternano metodicamente a paesaggi della zona appenninica, ossia quei luoghi a ridosso della Linea Gotica che fecero da sfondo agli episodi bellici ivi narrati. A prendere forma è quindi uno storytelling vibrante, potente, emotivamente intenso, che dal minimalismo di fondo del documentario acquisisce un’ulteriore capacità di parlare al cuore dello spettatore.
Stefano Coccia









