Intervista a Giovanni Coda

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A tu per tu

Giovanni Coda è quello che un tempo si sarebbe definito un regista d’impegno civile. Le storie narrate dai suoi film guardano verso le cosiddette minoranze della società, omosessualità, disabilità (come ad esempio Mark’s Diary). Ma solo per ribadirne un sacrosanto diritto d’appartenenza in essa. Abbiamo incontrato Giovanni (Jo) Coda per parlare del suo ultimo lungometraggio appena terminato ed altre importanti novità per il futuro.

D: Storia di sudore, lacrime e sangue ma The show Must Go On. La storia di come alla fine non solo ce l’avete fatta, avete girato, avete compiuto il set e…
Giovanni Coda: E’ stato davvero difficile chiudere le riprese di Histoire d’Une Larme – abbiamo fatto del nostro meglio! Abbiamo rispettato le regole, ci siamo organizzati al meglio e alla fine siamo entrati, proprio in questi giorni, in post produzione.

D: Adesso che percorso avrà il film?
G. C. : Per ora lavoriamo alla post produzione e dopo vedremo che percorso affrontare. Il periodo, come tutti sappiamo, è difficile e complesso, ho deciso che il film non sarà presentato prima della prossima primavera. Farò dei test in streaming, con delle clip, poi attenderemo tempi migliori.
Histoire è una storia ma per questo anche “la” storia del diritto di vivere e di morire, liberi. Torniamo a quando e come nasce l’idea e l’esigenza di questa opera.
Il tema del fine vita, del suicidio assistito, dell’eutanasia è la naturale evoluzione del mio lavoro sulla violenza di genere. Sono favorevole e sostengo il tema e seguo con attenzione il lavoro dell’Associazione Coscioni, ne condivido i valori ma soprattutto la lotta.

D: L’estate pandemica è passata portandosi dietro una stagione di cinema negato, per la maggioranza degli autori. Soprattutto per le opere più difficili, strutturate e socialmente impegnate gli indipendenti che non possono permettersi un burraco per sfangarsela… Che succede ora?
G.C.: Non ho idea! E’ stato tutto così veloce, travolgente che siamo tutti ancora increduli. Poi l’arte ha pagato un caro prezzo, tutti i lavoratori lo hanno pagato, ma gli artisti hanno scoperto – tra le altre cose – di non essere considerati dei “lavoratori” e non è stata una bella scoperta. Ora ci sarà da sperare, da esigere soprattutto, che la politica revisioni se stessa, soprattutto quella legata alla cultura e riveda quegli aspetti che considerano l’arte puro e semplice intrattenimento – o qualcosa del genere – Il cinema indipendente è in grande sofferenza, ci sarà bisogno dell’aiuto di tutti per non farlo scomparire.

D: A proposito di lavoro e di sistemi culturali che fanno barriera contro se stessi. Stai portando avanti un importante film che racconta storie di donne, di “spose” dei tempi di oggi e dei tempi che furono, storie di Sardegna e di Italia, dimenticate e terrificanti che oggi come non mai sono necessarie… Anche questa una battaglia senza tregue, contro burocrazie e indifferenza?
G.C.: E’ una domanda complessa, vediamo se prendendo in prestito e rielaborando un famosissimo monologo riesco a dare una risposta degna a questa domanda.
Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: se ti riferisci al film La Sposa nel vento si, posso dire che anche io ho visto navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. Navi che non volevano attraccare in nessun porto, perché nessun porto è sicuro e quindi è meglio tenersi al largo. La conseguenza è che tutti quei “momenti” e quelle vite spezzate andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia.

D: A livello pratico e simbolico come commenti l’invito a partecipare all’Advisory Council del Social Justice Film Festival di Seattle? Raccontaci in concreto questo prestigioso ruolo.
G.C.: Sono stato contattato da Anne Paxton (Direttrice del Festival) che mi ha invitato ad aderire a questo comitato scientifico. Per me è stato davvero emozionante ed e lo è stato ancora di più accettare questo prestigioso incarico, che condividerò con un gruppo di preziosi colleghi in un contesto culturale internazionale di grande “impegno” nonché prestigio.

Sarah Panatta

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