Mark’s Diary

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Liberi di amare

Stanno diventando davvero imprescindibili gli appuntamenti promossi da FuoriNorma – Rassegna ideata e curata da Adriano Aprà, qualora si voglia scoprire un cinema italiano diverso, realizzato magari con pochi mezzi ma generoso a livello di idee: temi scomodi, inusuali scelte stilistiche, una libertà di approccio riscontrabile a volte sia nel più agile impianto produttivo che nel taglio conferito alla narrazione. A novembre era stato il turno di Tides. A History of Lives and Dreams Lost and Found (Some Broken), il poetico documentario girato da Alessandro Negrini in Irlanda del Nord e da noi scoperto con un’emozione particolare. Il primo febbraio è toccato invece a un film di Giovanni Coda, Mark’s Diary, proiettato al Macro Asilo di Roma; evento, questo, realizzato grazie agli sforzi congiunti di FuoriNorma, per l’appunto, e del V-art Festival XXIII edizione a cura dello stesso Giovanni Coda.

Per via di Alessandro Negrini abbiamo menzionato poc’anzi l’Irlanda. Ebbene, vedendo Mark’s Diary ci è tornato in mente proprio un film irlandese, Sanctuary, straordinaria opera prima di Len Collin incentrata per l’appunto sulla ricerca dell’eros da parte di una giovane coppia, alla quale l’espressione fisica di determinati sentimenti sembrerebbe preclusa da leggi castranti e bigotte. Come se impedire il conseguimento di una vita piena, normale, a coloro che hanno determinate disabilità potesse essere giustificato da qualche (eccessiva) forma di tutela.
Il tema, senz’altro delicato, è posto anche da Giovanni Coda al centro del suo lungometraggio, un lavoro a metà strada tra documentario e cinema sperimentale. Tratto dal libro (al momento più unico che raro, in Italia) “Loveability” di Maximiliano Ulivieri, Mark’s Diary esplora la condizione di chi vorrebbe una propria vita sessuale nonostante certe difformità fisiche, che lo condizionano sia a livello pratico che psicologico; e lo fa partendo dall’intenso rapporto tra Mark e Andrew, due ragazzi colpiti da una grave disabilità che ne limita i movimenti in modo quasi totale.
Un po’ diario intimo del suddetto Mark e delle persone entrate nella sua vita. Un po’ denuncia sociale portata avanti con coraggio. Un po’ poema visivo sui corpi, in cui il teatro e la danza occupano uno spazio preponderante. La bellezza del film si esprime così a vari livelli, facendosi veicolo di riflessioni più profonde su un argomento ritenuto a torto scabroso. Ed è la libertà di amare il concetto forte che si afferma al termine di una visione magnetica nonché fortemente empatica.

Stefano Coccia

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