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Intervista a Fabrice Du Welz

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Fabrice Du Welz al Lucca Film Festival 2025

Calvaire, se Non aprite quella porta è un western

Ospite del Lucca Film Festival 2025, Fabrice Du Welz ci ha concesso un’intervista per ricordare, in occasione del ventennale (considerando la distribuzione cinematografica), Calvaire, il folgorante esordio che contribuì a riportare sotto i riflettori l’horror europeo nel panorama di inizio millennio. Un ringraziamento al regista per la gentilezza e la disponibilità.

D: Ho rivisto Calvaire un paio di sere fa dopo penso 15 anni e rivedendolo posso confermare che la mia scena preferita è quella del piano. Quindi ti chiedo com’è nata quella scena e che significato c’è dietro.
Fabrice Du Welz: Prima di iniziare, ho una domanda per te: il film è invecchiato bene?

D: Sì. So che non sei francese ma belga, ma all’epoca Calvaire era stato incluso tra i film della cosiddetta new wave degli horror estremi francesi…
Fabrice Du Welz:
Sì, ma quella è una cosa che non esiste.

D: Lo so, ma se prendiamo quel gruppo di film, Calvaire rimane uno dei migliori, uno di quelli invecchiati meglio. Ad esempio, penso sia invecchiato meglio di Martyrs.
Fabrice Du Welz: Non li vedo da un po’, ma sai, sono amico di Pascal Laugier e degli altri e siamo molto diversi, non ci siamo mai sentiti parte di un gruppo, fu un’etichetta creata dalla stampa anglosassone, non significa nulla. Tornando alla tua domanda, la scena del bar nacque da un esperimento, all’epoca ero interessato a un film, Una sera, un treno di André Delvaux, un vecchio film con Yves Montand e Anouk Aimee, in cui il confine tra realtà e fantasia è labile, è la storia di una coppia che ha un incidente e dove poi l’uomo si sveglia, la moglie sta male e tutto finisce in un’ambientazione difficile che potrebbe essere la morte o il limbo. Lui a una certa finisce in un pub sperduto nel nulla, la gente comincia a ballare e la danza viene iniziata da una bella donna che potrebbe rappresentare la morte e lo invita a ballare. Ero entusiasta di questa scena e pensai che potevo provare a fare qualcosa di simile. Così chiesi al compositore di comporre al piano qualcosa di molto grezzo e brutale e da lì inventammo quella specie di danza. Ma non sapevo se avrebbe funzionato, così girammo e quando girammo fu davvero divertente, ma non ero ancora sicuro di tenerla. Così durante il montaggio la testammo e fu qualcosa che ovviamente scioccò la gente. E così decidemmo di tenerla.

D: Sono passati 20 anni da quel film, è stato il tuo primo lungometraggio, dal 2004 a oggi ne hai girati diversi altri. Guardandoti indietro, che rapporto hai ora con Calvaire e con il te stesso di quel periodo?
Fabrice Du Welz: Be’, innanzitutto quel periodo è stato straordinario, perché era il mio primo film, ho lottato così tanto per poter fare quel film, ho speso cinque anni per trovare i finanziamenti, quindi…

D: Cinque anni? Il progetto è quindi nato nel 2000?
Fabrice Du Welz:
Sì, fu complicato ma penso che il tempo speso per cercare i finanziamenti mi aiutò a sviluppare il progetto, a essere un regista molto più attento e a fare sostanziali modifiche. Finimmo di girare mi pare a fine febbraio, dopo tre o quattro settimane avevamo il primo cut del film, la Settimana della Critica di Cannes lo vide e lo volle. Fu così tutto molto veloce e fu bellissimo viverlo. Riguardo alla seconda parte della tua domanda, non ho perso un briciolo del mio entusiasmo, penso di avere la stessa passione, sono giusto un po’ meno intuitivo, come penso tutti i registi col passare del tempo. Cerco così di compensare quella mancanza con una conoscenza più profonda della drammaturgia, con una capacità più ampia di raccontare e articolare storie. La Trilogia delle Ardenne è alle spalle, ora sto lavorando a una nuova trilogia iniziata con Maldoror e il mio obiettivo principale in questi giorni è raggiungere un pubblico più ampio senza compromettermi troppo. A volte è complicato, a volte è un dilemma su come raggiungere un equilibrio, ma ho ancora la mia voce e il mio modo di vedere. Quindi vedremo cosa succederà nei prossimi anni. Ma sono certo di avere ancora la stessa passione, ci metto lo stesso impegno. Come dice Guillermo del Toro, fare un film non è un appuntamento, è un matrimonio, ti impegni completamente.

D: Quel periodo di cinque anni di ricerca fondi fu frustrante?
Fabrice Du Welz: Certo, è sempre frustrante, ma erano anni diversi, l’inizio degli anni Duemila in Europa, in Francia e in Belgio, quel genere di horror sofisticato che ora viene chiamato elevated horror era molto emarginato. Prima hai menzionato la new wave francese, eravamo tutti molto cinefili, con forti influenze dal cinema italiano, dal cinema americano, dal cinema britannico, da quello asiatico, quindi volevamo creare qualcosa di un po’ diverso partendo da quella passione che era in noi.

D: Hai citato il cosiddetto elevated horror. Ci credi?
Fabrice Du Welz: No, penso sia una totale stronzata. Odio quell’atteggiamento snob che c’è ora ai festival, come ad esempio Cannes. È completamente slegato dalle radici del genere, che sono molto umili e popolari, e alcuni registi cercano di spingere troppo sul cerebrale. È solo la mia opinione, magari mi sbaglio, ma è qualcosa a cui non sono granché interessato. Anche perché ora il genere è diventato molto più globalizzato, per certi versi è molto più democratico rispetto a quando avevo vent’anni, quando era molto più difficile reperire quel tipo di film. Eravamo una specie di club che si scambiava idee, opinioni e VHS. Ora, grazie al cambio della società, abbiamo molti più horror realizzati da donne e perché no? È un bene. Ma l’essenza dell’horror è per me il confronto e ora è più diventato un market, un market grosso, globale e noioso, non molto spaventoso e non molto provocatorio. Ma ripeto, forse è un problema mio.

D: Mi ricorda quella frase di Alan Moore secondo cui i fumetti non hanno bisogno di essere chiamati graphic novel.
Fabrice Du Welz: Penso sia così, ma di nuovo: è qualcosa che arriva dagli Stati Uniti, là va bene guardare le stronzate elevate. Ma anche quelli che vedi a Cannes sono per me terribili. L’ultimo di Ari Aster (Eddington, ndr) va aldilà della mia comprensione, onestamente. Ho amato il suo primo film (Hereditary – Le radici del male, ndr), ma da qualche film è parecchio strano, forse ha bisogno di un produttore.

D: Tornando a Calvaire, la cosa che più amo del film è il sound design. Penso sia il terzo protagonista, dopo Marc e Bartel. È molto crudo, animalesco, quindi penso sia molto efficace nel rappresentare il film. Come lo hai creato?
Fabrice Du Welz:
Be’, è stato molto tempo fa e non vedo il film da almeno 10 anni. No, non è vero, l’ho rivisto per il nuovo color grading, quindi è stato 6-7 anni fa, prima del Covid. Decidemmo nelle primissime fasi della produzione che non ci sarebbe stata musica, solo il suono della natura, e hai ragione sull’aspetto animalesco, sulla bestialità in noi che cerca di esprimersi e che si basa anche sull’aspetto da incubo del film, che inizia in modo molto strano ma che poi sprofonda in una sorta di balletto infernale. 

D: Le prime scene sono le uniche in cui compaiono personaggi femminili. Come mai questa scelta? Avresti potuto fare un film con un cast interamente maschile, ma hai preferito inserire questi due personaggi che sono oltretutto parecchio strani.
Fabrice Du Welz: Perché volevo imitare l’arco narrativo di film come Psycho e Non aprite quella porta, in cui abbandoni la realtà pian piano per poi entrare in un un mondo strano e surreale, infestato da quel tipo di violenza, di bestialità. Lo puoi vedere sin dall’inizio, è costruito così: lui sta facendo un concerto e poi guida, si perde, trova qualcuno che lo porta in un motel, attraversa un ponte e quindi attraversiamo una specie di frontiera… ricordo molto bene come tentammo all’inizio di scrivere Calvaire come fosse un western, un film con confini e frontiere.

D: Quindi avevi in mente film come Psycho anche per l’ambiguità sessuale?
Fabrice Du Welz: Sì, naturalmente. Ho detto più volte che Non aprite quella porta è probabilmente il mio film preferito, quello che ha cambiato la mia vita. Ero molto giovane e mia madre mi permetteva di noleggiare qualche videocassetta nel weekend e quindi guardavo un sacco di horror di vario tipo. Ero attratto dalle custodie, con le locandine con sopra donne nude, mostri, il più delle volte horror italiani di Fulci, Argento e altri, ma non ero pronto di vedere qualcosa come Non aprite quella porta. Come ho detto, ero molto giovane e mi fece capire che volevo fare quello. Penso sia ancora il mio punto di riferimento, cercare di raggiungere quel tipo di odore, in tutti i miei film cerco di raggiungere un approccio sensoriale, anche se sono un po’ riluttante a parlarne, perché potrebbe essere noioso, nel girare un film devi essere narrativo. Per esempio, Psycho è un film molto narrativo, ma puoi percepire qualcosa. Lo stesso Non aprite quella porta. O anche L’esorcista, dove puoi sentire la presenza del male. È fantastico e non c’è niente di meglio per me quando raggiungi quel livello di visceralità.

D: E nel film si può percepire il cambiamento di Bartel nella scena della cena, quando chiede a Marc di cantare. In quel momento capisci che in Bartel c’è qualcosa che non va e volendo fare un parallelo con Psycho, è lo stesso nella scena della cena tra Norman e Marion.
Fabrice Du Welz: Sì, assolutamente. Era quello il mio modello. Era il mio primo film e quindi avevo modelli da emulare. Sei un regista ma anche un cinefilo che vuole esprimere ammirazione. Ora sono più distaccato, ma è normale quando fai il tuo primo film. E comunque tutti guardano Tarantino, che ruba qualsiasi cosa ed è comunque uno dei grandi registi del nostro tempo.

D: Ultima domanda: questo è stato non solo il tuo primo film, ma anche l’inizio del sodalizio con Laurent Lucas, che ha partecipato a molti dei tuoi film. Puoi parlarmi del rapporto che hai con lui?
Fabrice Du Welz:
Siamo ancora amici, lui vive a Montreal. Abbiamo girato insieme Maldoror, il mio ultimo film…

D: Dove c’è anche Jackie Berroyer, l’interprete di Bartel.
Fabrice Du Welz: Sì, anche Jackie è mio amico ma lui vive a Parigi, quindi è molto più vicino. Con Laurent parliamo ogni tanto, ma lui è molto discreto e sulle sue, ma gli voglio molto bene e amo la sua aura di mistero. E lo amo come attore, è molto organizzato, molto ficcante. Ad esempio, Jackie è molto più incasinato e la combinazione tra loro due è buona.

D: Come lo hai conosciuto?
Fabrice Du Welz: Laurent?

D: Sì.
Fabrice Du Welz: Stavo cercando degli attori, era il 2002 o qualcosa del genere, forse il 2001, e avevo visto Harry, un amico vero, di Dominik Moll, lui recitava con Sergi Lopez. Rimasi molto impressionato dal film ed ebbi l’idea di chiedere a Laurent di recitare in Calvaire, gli mandai una lettera, lui la ricevette e mi rispose dicendomi che potevano prendere un caffè e di mandargli la sceneggiatura. Abbiamo iniziato così.

Riccardo Nuziale

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