Intervista a Danilo Monte

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Tornare nel mondo

Con il cineasta Danilo Monte avevamo già preso contatto molto prima che il cosiddetto “lockdown” generasse quelle barriere invisibili, che ci hanno tenuti isolati a lungo, bloccando il paese e con esso anche la piccola comunità degli artisti e dei mediatori culturali. L’interesse era nato grazie a un documentario, Nel mondo, di cui si era parlato con entusiasmo anche sulle nostre pagine, per via di quel taglio così intimo, sincero, aspro e delicato al tempo stesso, che ci aveva fatto vivere pienamente sul grande schermo momenti come la nascita di un figlio o il distacco da una persona cara. Il dialogo con l’autore è poi andato avanti. Anche grazie a piattaforme come IndieCinema, dove abbiamo potuto scovare i suoi precedenti e non meno appassionanti lavori documentari. Così, essendo giunta l’ora di “tornare nel mondo” (e la parafrasi del film che ci aveva inizialmente ispirato qui ci sta tutta), abbiamo pensato di riagganciarci ai temi che più ci avevano colpito, attraverso questa intervista a Danilo Monte e ad Alessandro Aniballi, sceneggiatore e giornalista cinematografico che col regista può vantare un bel rapporto di collaborazione.
Da questo parziale, agognatissimo ritorno alla vita (anche culturale) è giunta pure l’occasione per riprendere a parlare di cinema, lanciando degnamente e in modo quanto mai opportuno tale conversazione: difatti Nel mondo, dopo l’anteprima mondiale di mesi fa al Filmmaker Film Festival, verrà presentato a LA FESTA DI CINEMA DEL REALE (festival dedicato al cinema documentario d’autore e tra i primi in Italia a tornare con proiezioni dal vivo) giovedì 30 luglio, alle ore 22.45, presso il Castello Volante di Corigliano d’Otranto. Il film si potrà vedere anche in streaming su cinemadelreale.it. Mentre alla proiezione in sala saranno presenti sia il regista Danilo Monte che la produttrice Laura D’Amore. Ma ora spazio all’intervista!

D: Danilo, quando abbiamo recensito Nel mondo, lo abbiamo definito di getto un documentario che stupisce per come semplicità e coraggio possano andare a braccetto, dal punto di vista cinematografico, generando una proficua armonia. Scoprendo poi i tuoi precedenti lavori, in particolare Honeymoon e Vita nova, ci siamo resi conto di come tu abbia un talento particolare nel trasferire sullo schermo determinate situazioni, compresi gli aspetti più intimi, privati, mantenendo una così invidiabile naturalezza e sincerità. Che puoi dirci a riguardo?
Danilo Monte: L’idea di cinema che porto avanti da alcuni anni si basa sul tentativo, utopico, di far coincidere il cinema e la vita. Ho iniziato con Memorie, in viaggio verso Auschwitz, un film-viaggio che ho regalato a mio fratello per i suoi 30 anni. Lui, grande appassionato di storia con una vita difficile alle spalle, ha accettato di partire per il luogo della memoria collettiva per antonomasia, Auschwitz, alla ricerca di una memoria familiare da recuperare.
Successivamente, insieme a mia moglie Laura, abbiamo deciso di intraprendere un percorso di fecondazione assistita e di filmarne il primo tentativo in Vita nova. Il film è diventato la nostra possibilità, nel momento in cui non riuscivamo ad avere un figlio, di creare qualcosa insieme.
Nell’estate in cui, dopo vari tentativi di fecondazione assistita falliti e dopo esserci sposati, siamo partiti per l’India alla ricerca di cure alternative e di svago, abbiamo realizzato il cortometraggio Honeymoon che racconta di un atipico viaggio di nozze.
Nel mondo, invece, nel seguire il primo anno di vita di nostro figlio e la rivoluzione che ha portato nelle nostre vite, rappresenta il capitolo conclusivo di questa serie di film autobiografici che guardano al cinema come una possibilità, anche terapeutica, di intraprende processi di trasformazione personale in cui il film finito è il resoconto di un viaggio umano profondo e straordinario.

D: Tornando specificamente a Nel mondo, come ha preso forma quel particolare ciclo della Vita e della Morte, che hai efficacemente descritto nel film?
Danilo Monte: Ho deciso di fare un film sul primo anno di vita di mio figlio perché volevo raccontare in prima persona come si diventa genitore ma non potevo immaginare che nello stesso anno sarebbe venuto a mancare uno dei miei fratelli. E così, oltre all’enorme sofferenza per la perdita di una persona cara, mi sono ritrovato tra la vita e la morte, tra un essere che arrivava e un altro che ci lasciava prematuramente. Posso dire di aver percepito, forse solo per qualche istante ma sicuramente a pieno, il senso della vita, i suoi confini e la sua importanza.

D: Quanta importanza ha avuto, nei documentari citati finora, quel senso di profonda condivisione, rispetto e complicità con la tua compagna di vita?
Danilo Monte: È stato fondamentale, potrei dire che senza la complicità e la pazienza di mia moglie Laura non avrei potuto fare i film che ho fatto. In particolare nei lavori in cui lei è “in campo” si percepisce una totale comunione di intenti che arriva allo spettatore come autentica e non artefatta o messa in scena. Molto spesso facciamo fatica a spiegare che nulla o quasi delle cose che abbiamo filmato è stata preparata, ci siamo abbandonati al libero scorrere degli eventi facendo diventare la telecamera una “persona di famiglia”. In Nel mondo non è stato facile abbandonarsi al flusso di ciò che accadeva, era fisicamente impossibile fare il padre e il regista allo stesso tempo e, in questo senso, il film esprime molto bene l’estrema difficoltà che comporta diventare padre attraverso l’impossibilità fisica di raccontarlo in un film.

D: Più in generale, che rapporto hai con la musica sia nella quotidianità che quando si tratta di fare cinema?
Danilo Monte: Adoro la musica, ma penso che nei film sia da utilizzare con molta parsimonia. La musica è un veicolo emotivo potentissimo che indirizza facilmente la percezione dello spettatore, quindi credo che un autore debba ragionare sulla propria posizione di potere nei confronti dello spettatore e utilizzare la musica, così come altre decisioni all’interno del processo creativo, con molta cautela. Mi sono più volte ripromesso di non utilizzare musica extradiegetica nei miei film ma, anche se non sempre ho ottemperato a questa regola, penso che le scelte che si compiono quando si fa un film debbano in qualche modo preservare lo spirito della “materia” su cui si lavora e, nel momento in cui si manipola questa materia, bisogna rendere esplicite queste manipolazioni. Lo dobbiamo a noi stessi come autori per rifuggire da ogni fanatismo da dio-creatore e lo dobbiamo allo spettatore che merita autenticità.

D: Venendo ora a Ottopunti – Eightpoints, che ci ha emozionato molto, le domande da fare sarebbero parecchie. Possiamo provare a schematizzarle così: quali sono le esperienze correlate al drammatico G8 ligure che, personalmente, ti sono rimaste addosso di più? Cosa ha significato invece, per te, provare a raccontare l’esperienza, ancora più traumatica, avuta lì da qualcuno cui ti senti tanto vicino? E cosa puoi aggiungere sui rapporti umani così sinceri, toccanti, intensi, colti all’interno della famiglia Ormezzano? Sappi che del papà, meraviglioso giornalista sportivo, siamo fan sin dall’infanzia…
Danilo Monte: Il G8 di Genova del 2001 è stato un enorme trauma collettivo, oltre che individuale. La generazione che aveva 20 anni a Genova è stata letteralmente presa a calci da coloro che avrebbero dovuto garantire i diritti costituzionali. A Genova si è rotto il patto di fiducia tra stato e cittadino e questo ha provocato una ferita che, sebbene dopo tanti anni si sia rimarginata in superficie, a un livello più profondo non smette di grondare sangue. L’assassinio di Carlo, la mattanza della Diaz, le torture di Bolzaneto e poi i 300.000 bastonati alla manifestazione del sabato, qualcuno ha definito tutto questo la più grave violazione dei diritti umani dal dopoguerra. Poi gli anni passavano e io non smettevo di pensarci, bastava un riferimento o un accenno a quei giorni del luglio 2001 a far riaffiorare la paura, lo sgomento, la rabbia. Allora ho deciso di fare un film per cercare di affrontare questo trauma e ho voluto ripercorrere le strade di Genova insieme a un amico, Timothy Ormezzano, che come me era a Genova nel 2001, ma che aveva avuto una sorte peggiore della mia: scappando da una carica fu picchiato e arrestato e passò tre giorni in carcere e ancora oggi è visibile la cicatrice sul sopracciglio con gli otto punti di sutura ricevuti (da qui il titolo del film). Lui era perfetto per rappresentare il sentimento comune dei tanti che erano andati alla manifestazione con il sogno di un mondo diverso e la disillusione che ne è seguita. Allora un giorno gli ho chiesto di tornare a Genova per raccontare ciò che gli era successo e lui, che inizialmente non voleva ricordare quel trauma, ha poi coraggiosamente accettato anche perché insieme avremmo potuto darci forza in questo ritorno all’inferno. Il film e la nostra passeggiata nei luoghi dei ricordi finiscono in piazza Alimonda il 20 luglio, durante la manifestazione di commemorazione della morte di Carlo Giuliani, dove incontriamo Haidi e Giuliano Giuliani, i genitori di Carlo, che danno a noi e allo spettatore una lezione di dignità e di forza molto preziosi. Un’altra cosa da sottolineare è il fatto di aver coinvolto nel film Gianpaolo Ormezzano, padre di Timothy e famoso giornalista, che con delicatezza ed estrema lucidità fa una riflessione dal punto di vista del genitore che ha rischiato di non vedere tornare a casa il proprio figlio e che si sente quasi in imbarazzo al cospetto dei genitori di Carlo a cui può solo comunicare vicinanza e rispetto.

D: Noi abbiamo trovato alcuni tuoi film su IndieCinema, piattaforma creata di recente cui fanno già riferimento diversi appassionati. Ma sappiamo che sei distribuito anche su altri canali. Ecco, cosa puoi dirci del piano distributivo delle tue opere, con particolare riferimento alla rete?
Danilo Monte: I miei film sono pensati principalmente per i festival ma la risposta che hanno avuto in sala è stata spesso sorprendente. La distribuzione è la nota dolente del processo produttivo in Italia, spesso non si ha la forza di sostenere un film e, anche se alcune iniziative lodevoli come Distribuizoni Dal Basso (Open DDB) e IndieCinema fanno un lavoro più che meritorio, i prodotti cosiddetti difficili fanno fatica a circuitare.
Mi piace pensare però che, in questo periodo di bulimia da contenuti, alcuni film particolari e di ricerca possano essere scovati negli anfratti della rete e delle iniziative locali. Come a dire: “o ti muovi e cerchi, o le cose interessanti te le perdi”.

Abbiamo poi rivolto qualche domanda ad Alessandro Aniballi

D: Pur conoscendo alcuni dei tuoi precedenti lavori come sceneggiatore, Alessandro, ci ha molto incuriosito scoprire il ruolo da te avuto nella scrittura filmica di Nel mondo, documentario dal timbro così personale, intimo, per il suo autore. Come è nata e soprattutto come si è svolta tale collaborazione?
Alessandro Aniballi: Proprio perché il film è così personale, Danilo aveva bisogno in qualche modo di verbalizzare quel che intendeva fare e dunque la fase di scrittura è iniziata in una fase estremamente preliminare, addirittura prima che nascesse suo figlio Alessandro. Ci siamo letti libri che descrivevano le fasi di crescita dei neonati, provando quindi a immaginare in maniera quasi “strutturalista” che tipo di comportamento avrebbe avuto Alessandro. Libri che, ovviamente, servivano a Danilo e naturalmente anche a Laura per documentarsi anche sul loro ruolo di genitori. Così abbiamo lavorato in questa fase molto preliminare, arrivando anche a pensare, per esempio, al momento in cui Alessandro avrebbe visto la camera come un ostacolo tra lui e suo padre e dunque l’avrebbe toccata, come poi in effetti è avvenuto. Quel che ci importava, soprattutto, era che Danilo riuscisse a cogliere quei cosiddetti “scatti di crescita” nel momento in cui avvenivano per la prima volta. E così è stato almeno in un caso, quando cioè Alessandro si gira per la prima volta. Ora, tutto questo, è servito per dare un canovaccio, una griglia, e per fare in modo che Danilo fosse più preparato rispetto agli imprevisti, a quegli attimi di realtà che necessariamente finiscono per irrompere in scena, soprattutto in questo caso in cui il tuo protagonista è un neonato che si comporta in maniera imprevedibile.

D: Nel collaborare con Danilo per questo film cosa hai portato della tua cultura del documentario, quali modelli cinematografici (se vi sono, in questo caso) hai sentito maggiormente vicini?
Alessandro Aniballi: Mah, di modelli cinematografici ne ho molti, anche troppi forse. Però ogni volta che si lavora a un film si deve essere pronti a rimodulare quei modelli e capire quali possono essere d’insegnamento. In questo caso, devo dire che gli stessi precedenti film di Danilo mi sono serviti da modello, da esempio, visto che il suo cinema è così differente da quello che si fa normalmente. Poi, ovviamente, mi sono rivisto Anna di Grifi. Ma, in ogni caso, rispetto alla spontaneità del metodo di ripresa, serviva trovare una struttura, una temporalità più dilatata rispetto ai precedenti film di Danilo, e questo l’abbiamo riportato ad esempio nella divisione in stagioni. La fase di crescita deve essere necessariamente “più scritta” rispetto ad esempio a quanto accadeva in Memorie – In viaggio verso Auschwitz dove Danilo metteva in scena il confronto/scontro con il fratello durante un viaggio, in tempo sostanzialmente reale. Quindi abbiamo pensato anche a dei film di finzione, come Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera di Kim Ki-duk.

D: Per finire, cosa ti piace e cosa ti intimorisce, semmai, dell’approcciarti alla settima arte sia nelle vesti di critico che in quelle di autore o di collaboratore, per i lavori di altri film-makers?
Alessandro Aniballi: Mi intimorisce il rischio di una personalità sempre un po’ scissa tra l’una e l’altra cosa, ma allo stesso tempo è anche la cosa che mi affascina, perché non mi piace avere sempre lo stesso ruolo, quello del critico ad esempio, in quanto lo troverei riduttivo e ripetitivo, o quantomeno non troppo stimolante. È come cucinare sempre lo stesso piatto, a mio avviso. E invece mi piace sperimentare, provare cose sempre diverse, stando attenti per l’appunto però a non arrivare alla schizofrenia. L’altra sera ho mangiato in un posto in cui servivano la trota con gelato di bufala e lamponi. Ecco, non vorrei arrivare a questo, anche se in questo periodo mi sto appassionando parecchio alla fase del montaggio.

Stefano Coccia

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