Incontro con Gianni Amelio e Pierfrancesco Favino

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«Gli artisti si occupano di esseri umani e lo rivendico come beneficio sociale»

L’Anteo di Milano ci ha offerto la preziosa occasione di ascoltare la testimonianza del regista e del protagonista di Hammamet, i quali si sono raccontati con generosità, ironia, lucidità e rilanciando uno sguardo propositivo verso il confronto.
«Senza Favino il film non sarebbe mai nato perché sfido chiunque a trovare un altro attore in Italia – e non solo – a fare il personaggio come lo ha fatto», ha dichiarato il regista de La tenerezza e non possiamo che condividere questo pensiero.
A moderare l’incontro Gian Luca Pisacane.

D: È vero che dietro Hammamet ci sono dei tuoi diari dal set?
Pierfrancesco Favino: Io sapevo che questa sarebbe stata un’esperienza particolare per cui ho portato con me quell’ossessione a cui ho sottoposto ogni tanto Gianni, una piccola videocamerina. Dopodiché, visto che spesso le persone vogliono sapere cosa c’è dietro ciò che facciamo, a volte lo ignorano o forse addirittura possono sottovalutarlo, invece che tenerli per me, ho deciso di condividerli sette piccoli momenti che sono il mio diario del cuore.

D: Com’è stato lavorare insieme?
Gianni Amelio: Ero in soggezione: arrivava sul set la mattina un’altra persona, la stessa che se ne andava la sera. Il sabato poi lui aveva la gentilezza di invitarmi a cena e lo osservavo. Ho avuto momenti di sbandamento mentale perché davvero ti chiedi chi ho davanti (visto il lavoro compiuto sul piano fisico e non solo). Non ci serviva la somiglianza, d’accordo, io e Favino, abbiamo anche lottato contro il trucco, desideravamo che questo presidente senza nome fosse riconoscibile al primo sguardo, senza puntare solo su questo. Se non sei attore che si muove, che fa un certo gesto, che usa la voce in una determinata maniera allora diventa parodia divenendo qualcosa che si ritorce contro la narrazione. Credo che da un certo punto in poi Favino abbia lavorato su se stesso, oltre che sulla persona che doveva rappresentare. C’è una sequenza in particolare – che avevo scritto con una certa fatica, ma anche con molto amore – in cui lo trovo superlativo. Mi riferisco a quella in cui racconta il sogno che ha fatto alla figlia. In quel momento io ho avuto la sensazione che Pierfrancesco fosse entrato nell’anima del personaggio. Tutti e due ci siamo avvicinati a Craxi anche un po’ con diffidenza, con paura di non saperlo rendere nei pregi e nei difetti. Lui un giorno mi ha detto: sto provando qualcosa che non avevo sentito in precedenza: prima ero un uomo politico, adesso un uomo. Ci sto entrando dentro e poi ha aggiunto: sto sbagliando o va bene? E io gli ho risposto vai. Guai se tu poi non hai il coraggio di entrare nei panni di qualcuno che razionalmente è lontano da te o critichi.

P. Favino: Ammetto che conoscevo l’aspetto politico e la sua vicenda giudiziaria e per nulla l’uomo, tanto più in questa fase della sua vita. Intimamente il viaggio è stato all’interno forse di quel grande mondo che è la paternità, sia come figlio che come padre, sono gli aspetti con i quali ho empatizzato di più. Ho apprezzato tanto anche degli elementi che ignoravo anche della passione politica di Craxi. Ciò che è brutto parlando è di sentire che uno deve stare un po’ su quell’argine in cui sembra che non ci si possa esprimere liberamente. Questa è la discussione che vedo agita dai giornali – e non solo – attorno a questo film e lo trovo profondamente ingiusto non per la vicenda politica e giudiziaria di un uomo, che non deve e non può essere luogo di un film, ma per noi che, invece, decidiamo di andare a ipotizzare e a comprendere ciò che avviene ad un essere umano. Quando ho sentito che si apriva questa porta di intimità con dei tasti che mi riguardano come la paura di morire, di non essere un buon padre, la distanza, il perdere la forza e non sapere se si è in grado di continuare a fare ciò che si ama, la sensazione di ingiustizia nei propri riguardi. Non voglio dover stare in punta di forchetta e non avere la possibilità di essere sincero perché qualcuno sta immaginando: ma stai pensando questo di Craxi? Questo lo affermo da una parte come dall’altra. A me interessa l’umanità, che non è un termine con un’accezione positiva, può contenere tutto. Faccio questo mestiere per questo e trovo giusto che il cinema si nutra anche di figure realmente esistite perché magari possono diventare archetipiche dell’umanità.

D: Quanto cambia il modo di recitare di un attore in base al trucco?
P. Favino: Tanto nel caso specifico perché è un elemento validante dell’immagine che è quel punto di accordo che facciamo perché lo sapete che ci sono io sotto. Non può fermarsi tutto alla somiglianza per due ore, altrimenti bastava che lo spettatore si vedesse un video su YouTube di Craxi. A me interessava indagare cosa animasse quest’uomo, quali fossero i suoi sogni, perché muovesse le mani in quella maniera, di cosa ha paura. Attraverso quelle piccole crepe involontarie, gesti involontari, si nasconde ciò che l’uomo non sa di esprimere ed è questo che rende interessante la visione di un film.

D: Com’è stato girare nei luoghi dell’azione?
G. Amelio: Sono stato obbligato dall’unicità di questa abitazione in tutta la Tunisia. Ne ho trovata solo una simile, dove abbiamo girato 1/3 del film; il resto si è svolto nella villa vera, il tutto con una partecipazione così educata e civile da parte della famiglia che ancora mi lascia stupefatto. Hanno avuto fiducia nel fatto che non arrivavamo armati né da una voglia di santificazione né di farne un pamphlet contro.

P. Favino: Io sono stato aiutato dall’aver visto le interviste di Craxi realizzate lì e quando sono arrivato, è come se avessi messo insieme la geografia del luogo. La sensazione che la casa fosse abitata ha un potere per te emotivo, sono entrato lì dentro per interpretare un uomo che lì ci è vissuto e il mio primo pensiero va sempre alle persone affettivamente legate a quell’uomo. Se qualcuno mi dicesse: devo incarnare suo padre, beh io avrei difficoltà perché cosa ne può sapere del mio amore per lui o di altri sentimenti. Perciò mi pongo nei panni dei familiari e la rispetto enormemente. Quando il custode della villa mi ha visto truccato ha avuto un grande contraccolpo, non riusciva a parlare. Mi è venuto in mente “Amleto” quando dice: il fantasma di Amleto si presenta.

D: Quale responsabilità sente di avere da attore, sia verso le persone che hanno conosciuto Craxi sia verso il pubblico?
P. Favino: La prima è quella di far uscire di casa le persone, trovare parcheggio, comprare un biglietto, tirar fuori mediamente 80/90euro se si va a cena post visione e non vorrei mandarli a casa scontenti. Questo è l’impegno che prendo con me stesso, in generale, rispetto al tempo libero della gente.
La seconda che avverto è nel caso specifico di fare da ponte tra la storia e loro. Non faccio un film per me. Non voglio ingombrare e con questo personaggio è complicato. Mi son reso conto che ognuno di noi dentro di sé ha un piccolo Craxi che si porta dentro senza saperlo neanche e questo credo avvenga a poche figure della nostra storia. È molto complicato chiedere a uno spettatore che ha già la propria categorizzazione di Craxi e fagli fare i patti con l’immagine di Amelio e della storia che è stata scritta, che è sacrosanto ascoltare. Il mio compito è quello di proporre l’idea che Gianni Amelio ha voluto raccontare e domandarmi qualcosa della mia di vita. Penso che un film funziona se ci serve a riflettere anche su di noi.

D: Agli EFA si parlava della necessità dell’umiltà da parte dell’attore…
P. Favino: Posso avere delle opinioni da cittadino, ma se mi rendo conto che sono ingombranti rispetto alla storia che devo andare a narrare, posso anche affermare: no, non ce la faccio. Ci sono dei personaggi che farei difficoltà ad affrontare come entrare nella logica di un pedofilo. Se non ci sono queste difficoltà etiche, ti metti da parte e cerchi di capire.
È forse la modalità di approccio che può essere educata, non umile, direi più in ascolto. Io sono tante cose quante mi capita l’opportunità di lambire attraverso le opportunità che abbiamo.

Interviene il regista dichiarando tutto il suo amore per gli attori: «Io sono innamorato di loro sia come cinefilo, sia come regista. Credo sia un’invenzione fasulla quella battuta attribuita a Hitchcock che gli attori siano bestiame. Stare dietro la macchina da presa con qualcuno che non ci mette faccia, anima, cuore, difficoltà, pensieri e tu regista li cogli in quel momento e sai che sta rappresentando tutto quello che tu, in quanto regista, non saresti capace di fare. Il mio mestiere è quello di stimolare il talento meraviglioso di un uomo com’è Favino e ascoltarlo. Qualora dovesse riprenderlo, vi consiglio di non perdervi “La notte poco prima delle foreste” (è stato insignito nel 2018 del Premio Le Maschere del Teatro Italiano come miglior interprete di monologo, nda) portato in scena da lui, per 70’ ti toglie il respiro. Uno si interroga sempre che cosa fa un funambolo, io sono stato quel tempo ad ascoltarti col cuore che si domandava: ‘ma scivola?’».

D: Cosa si prova da attore nel dar vita a persone che sono ancora presenti nell’immaginario collettivo – di recente hai dato volto anche a Buscetta – e come si fa a rimanerne fuori e, al contempo, ad entrarci dentro?
P. Favino: Gli attori hanno bisogno di registi e ruoli. Già lì metti a fuoco alcuni aspetti. Io non mi sento intrappolato nell’aver fatto dei ruoli che appartengono alla realtà, anzi la trovo una cosa molto stimolante proprio per il nostro cinema. Avevo avuto più occasioni in televisione. Non mi ha stupito constatare come tramite Il traditore tanti giovani abbiano sentito la necessità di approfondire e imparare qualcosa in più su quel periodo. Se anche questa fosse una piccola utilità, già questo basterebbe.
Io sento di lambire il personaggio, andando in direzioni che da qualche parte come essere umano ho anch’io. Se io non sono entrato in politica o in situazioni criminali è perché ho avuto la fortuna di nascere in condizioni sociali che non me ne hanno dato voglia. In quanto attore devo ragionare come un antropologo. Il giudizio, per come siamo abituati a considerarlo – particolarmente in quest’epoca e in questo momento storico – è qualcosa che non mi interessa per nulla, se non il giudizio sul mio corpo, quando, attraversando l’esperienza che faccio nel tentare di abitare quelle vicende, ne faccio esperienza toccando delle zone che forse nella mia esistenza non avrei modo di sfiorare. Preferisco fare supposizioni in base all’esperienza – per quanto finta – del mio mestiere ed eventualmente dedurne un’ipotesi che rimarrà tale perché, per quanto io possa andare in profondità nelle vicende di Craxi, quel mistero di cui parla Gianni è tale e tale rimarrà.
Io – e credo gli artisti – si occupano di esseri umani, rivendico questo non come colpa, ma come beneficio sociale. Faccio una professione basata sulle domande, non so cosa ho fatto realizzando questo film, lo sapete voi; ho cercato semplicemente di agire in base agli interrogativi che mi ponevo, ma non ho cercato alcuna risposta. Se io do la risposta, voi non esistete; se non faccio agire e sbagliare un uomo, la storia non c’è e questo dai tempi di Sofocle. Vogliamo lasciar liberi gli artisti di ipotizzare che la drammaturgia possa nascere anche dalla Storia?

D: Quanta libertà lascia ai suoi attori sul set e quanto è fedele alla sceneggiatura?
G. Amelio: Io avrei bisogno di ‘catene’ nel senso che mi piace fare dei film che mi pongono dei problemi. Odio i soggetti già consacrati all’applauso. Cerco anche un po’ di crescere. Sono invecchiato senza essere adulto, mi manca tutto un pezzo di vita che, in questo gioco che si chiama cinema, cerco di recuperare. Voglio ogni giorno trovare un impedimento, ma non lo do agli altri. Io ho insegnato fino all’anno scorso al CSC, ho voluto trasmettere che chi sa muovere la macchina da presa deve saperla stoppare al momento giusto. Io lascio una libertà sorvegliata agli attori, ma guai a far sentire l’interprete più solo di quanto già non lo sia. Favino sapeva che aveva uno sguardo attento su di lui ed era autorizzato a chiedermi cosa hai fatto? Cosa abbiamo fatto? E questo è un modo di lavorare, in sintonia (compresa quella che si crea col macchinista), che mi esalta.
La sceneggiatura è un fatto tecnico che deve servire per tante cose pratiche (come ad esempio i preventivi). Tendo a fare varie versioni come se dovessi arrivare alla sceneggiatura di ferro che mi permetta di stare tranquillo per le riprese. L’improvvisazione avviene dopo questo copione. Con Pierfrancesco abbiamo discusso anche su un vocabolo. Deve vincere il film e credo che questo sia avvenuto in Hammamet.

P. Favino: Sono invidioso di una/due generazione/i che mi hanno preceduto, le quali hanno avuto modo di ‘litigare’ su questi argomenti perché si aveva il senso che si stava facendo qualcosa per la cultura, ragionando anche sul senso profondo che può avere spostare una virgola da una parte all’altra. Questo aspetto qui mi manca molto e mi piacerebbe che riprenda questo genere di discussione bella, sana costruttiva.

Vi segnaliamo che Pierfrancesco Favino terrà alla XV edizione di Cortinametraggio (23 – 29 marzo 2020) il workshop dal titolo “Le parole per gli attori. Dialogo regista attore” in collaborazione con il CSC – Centro Sperimentale di Cinematografia (si svolgerà 24 e 25 marzo). Sempre alla kermesse sarà presente, tra gli ospiti, il regista Gianni Amelio.
Inoltre, all’undicesima edizione del Bif&st – Bari International Film Festival, la giuria ha assegnato il Premio Vittorio Gassman per il miglior attore protagonista a Pierfrancesco Favino, premiato anche per la sua interpretazione in Hammamet di Gianni Amelio.

Maria Lucia Tangorra

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