Sola al mio matrimonio

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8.0 Awesome
  • voto 8

La fuga per la libertà o la fuga da sé stessa?

Il doversi confrontare ogni giorno con una realtà squallida da cui non c’è via di scampo. Una vita fatta di ruoli già determinati e da destini già scritti, senza nessuna possibilità di riscatto. E’ questo ciò che vive quotidianamente Pamela (Alina Serban), giovane Rom di un campo nomadi vicino Bucarest. Il suo è uno svantaggio che si va moltiplicando: è una zingara, è una donna, è una ragazza madre. Le rimane solo la nonna, con cui abita all’interno di una baracca, e che le ricorda continuamente quanto siano sciocche le sue fantasie di ribellione. Eppure, ammaliata dalla tv che guarda appena possibile, il suo piano prende lentamente ma inesorabilmente corpo. Appena possibile infatti, grazie all’aiuto del giovane e solitario Marian che gli fa da improvvisato baby-sitter, Pamela si reca segretamente in città presso un’agenzia per cuori solitari e, grazie a questa, viene messa in contatto con Bruno (un sorprendente Tom Vermeir), in Belgio. Sembra la realizzazione di un sogno.
Con alcune menzogne e un grande coraggio, Pamela si lascia tutto alle spalle, compresa la figlia molto piccola, e parte per una vita migliore sperando che Bruno sia ciò che promette di essere, cioè un uomo buono, protettivo e rispettoso, il contrario degli uomini che la ragazza ha fin qui conosciuto tra gli altri Rom.
L’impatto con una società diversa, con un ambiente borghese, con il desiderio di mantenere comunque la nonna e la figlia, con le difficoltà che la vita reale pone al suo enorme bisogno di libertà ed emancipazione, saranno ostacoli enormi, ma il carattere per affrontarli non manca. Ma quanto di questo le appartiene realmente? Si può fuggire altrove, ma la fuga da sé stessi è molto più complessa e, con i suoi trabocchetti imprevisti, perfino più dura da mettere in atto.
Sola al mio matrimonio è il primo lungometraggio basato su una sceneggiatura originale, ma non è in realtà l’opera prima della regista Marta Bergman che, in passato, si è cimentata con numerosi documentari, tutti incentrati sulla cultura e sulla gente Rom. E’ passato del tempo dall’ultimo lavoro, Clejani (2005) che ruotava attorno alla storia di di alcuni musicisti, ma, come ella stessa spiega in conferenza stampa, questo suo ritorno dietro la macchina da presa vuole continuare ad essere un punto di vista su una realtà sociale che la attrae moltissimo e che desidera rappresentare senza cliché. Aver abbandonato il formato documentaristico semplicemente serve a trovare una maggiore libertà narrativa e ad avere più possibilità per indirizzare il proprio racconto che, comunque, si basa su una profonda conoscenza dei Rom e su situazioni osservate in prima persona. C’è il forte desidero di scappare che anima moltissimi adolescenti, c’è la condizione femminile ancora drammatica, per esempio e, non ultima, ci tiene a sottolineare come ci sia anche il ricorso alle agenzie per incontri che, nonostante le molte community virtuali a tema che esistono oggi in Rete, è tutt’ora un fenomeno molto forte in Romania. Senza voler essere dunque un film che tende a generalizzare, Sola al mio matrimonio dipinge quella che nella intenzione della regista, anche co-sceneggiatrice assieme a Laurent Brandenbourger, è una vera storia di piccolo eroismo contemporaneo. E non si tratta solo di inquadrare la sofferenza e anche i numerosi problemi che albergano nella cultura Rom, ma di mostrarci come l’infelicità e l’alienazione siano molto diffusi anche tra chi abita dietro le mura delle benestanti case dell’Europa occidentale, offrendoci uno spaccato di un malessere che si cela facilmente dietro l’immagine patinata diffusa da programmi e spot televisivi.
Gli attori sono di grande bravura, è notevole la presenza scenica di Alina Serban, interprete teatrale di spessore e attivista per i diritti dei Rom, già premiata per questa stessa performance al Festival del Cinema Indipendente di Roma. La sua esuberante mimica, il suo viso pieno di paura, speranza e rabbia emana forza ed energia vitale, il contrario della figura resa da Tom Vermeir che, invece, colpisce per la grande fisicità con cui egli letteralmente modella un individuo introverso, timido, dall’animo stanco e fragile. Anche Bruno è in cerca di una vita migliore, anche lui deve sforzarsi per fuggire dalla prigione in cui ha relegato i suoi sentimenti, diventando freddo, anaffettivo e insicuro. Una persona che ha un tremendo bisogno di conferme, tanto da decidere, per esempio, di fare sul serio con Pamela solo quando ha la certezza che la ragazza risulti attraente anche per i suoi colleghi di lavoro. Il merito è anche dell’ottimo lavoro di Marta Bergman, la cui cinepresa si concentra attentamente e lungamente sui volti, sugli sguardi, sui gesti, riuscendo a catturare l’essenza dei suoi personaggi e a creare un legame di forte intimità con lo spettatore. Che ci consegna una storia dove, pur narrando di una Rom alla disperata ricerca di un mondo migliore, di un uomo che cerca di liberarsi di fardelli diversi eppure per certi versi simili, si finisce per raccontare una società fatta sempre più di amare solitudini.

Massimo Brigandì

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