In Between Dying

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

Amori nella nebbia

Dalla première onsite al Lido nel concorso della 77esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica agli eventi speciali dell’edizione online del 32° Trieste Film Festival. Si muove sull’asse tutta italiana il percorso festivaliero di In Between Dying, seconda incursione nel lungometraggio di finzione per Hilal Baydarov. Geograficamente il passo sarebbe breve se non fosse per le restrizioni pandemiche che hanno impedito al film e al suo autore di presenziare alla kermesse giuliana, costretta stavolta a ricorrere allo streaming per garantire il regolare svolgimento dell’evento nel mese di gennaio. Kermesse alla quale tra l’altro il cineasta azero ha già partecipato in passato con Mother and Son e dove quest’anno è in gara nella competizione dedicata ai documentari con Nails in my Brain.
Con In Between Dying, Baydarov continua la sua personale riflessione su e intorno all’individuo che cerca di comprendere la ragione per cui vive ed è presente, qui e ora, in questo mondo. Tema universale questo e al contempo centrale sin dai primi vagiti del suo cinema, restituito sullo schermo nelle arterie narrative e drammaturgiche degli script, oltre che nelle trasposizioni. Stavolta lo fa raccontando la storia di Davud, un giovane incompreso e irrequieto, in cerca della sua “vera” famiglia, di coloro che nel profondo porteranno amore e significato nella sua vita. Quando, nel corso di una giornata, si trova a vivere una serie inaspettata di incidenti, che risulteranno fatali per diverse persone, riemergono ricordi invisibili, vicende e preoccupazioni. Davud è catapultato in un viaggio all’insegna della scoperta, fino a quando riesce ad accettare il fatto che vivere in pericolo è il suo destino e che la morte avrà sempre la meglio rispetto alle sue vicende personali: liberarsene sarà la sua iniziazione a una vita piena e completa. Dopo avere intrapreso un cammino in divenire, alla fine Davud ritorna nel luogo dove ha sempre vissuto e all’amore che da sempre era lì.
Il risultato è una riflessione dura e allo stesso tempo poetica sull’amore, la vita, la morte e il tempo, che ruota attorno a una serie di punti fermi che animano la filmografia del regista di Baku, formatosi alla scuola di cinema di Sarajevo sotto la guida del regista ungherese Béla Tarr: dal rapporto madre-figlio sino al mito del ritorno a casa, con il quale accompagna lo spettatore in un viaggio fisico ed emozionale. Con e attraverso questi alimenta la scrittura di un dramma che si muove tra lirismo e realtà, che parla del vivere in una realtà permeata dalla guerra e dalla violenza, dove l’amore è l’unica fuga possibile e fonte di salvezza. Il tutto prende sostanza e soprattutto forma in un racconto sospeso, frammentato e dal ritmo blando, che si prende i suoi tempi dettandoli poi al fruitore. Quest’ultimo si trova a misurarsi con un’opera rigorosa nello stile asciutto, in gran parte statico e geometrico nella composizione, magnetica nella sua messa in quadro livida, desaturata e “sporca” (bellissime le immagini immerse e avvolte dalla nebbia che richiamano alla mente le atmosfere dei film di Tarkovsky come Stalker o Nostalghia), dove la forma stessa ricopre una posizione dominante, attirando su di sé l’attenzione e l’occhio dello spettatore. Il ché rappresenta una fonte di arricchimento, ma anche un limite quando la scrittura si appoggia troppo, come in questo caso, alla confezione.

Francesco Del Grosso

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