Accidental Luxuriance of the Translucent Watery Rebus

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6.0 Awesome
  • VOTO 6

La (im)possibile chiave del rebus

Accidental Luxuriance of the Translucent Watery Rebus, in croato Slučajna Raskoš Prozirnog Vodenog Rebusa, ovvero L’accidentale rigoglìo di un traslucido rebus acquatico. Un titolo del genere non passa certo inosservato. E il film neppure, nel bene e nel male. Presentato nella giornata inaugurale del 32° Trieste Film Festival, all’interno di ART&SOUND 2021, l’ostico lungometraggio di Dalibor Barić è un trip visivamente affascinante, lisergico, che pecca probabilmente di eccessiva cerebralità ma conserva comunque un certo fascino, sia a livello figurativo che per le ardite speculazioni esistenziali messe in campo. Non senza qualche lampo di ironia che di tanto in tanto addolcisce, smussandolo, l’emetismo di fondo.
Rotoscope. Immagini al negativo. Tecniche di collage molto elaborate, in cui proprio alle scritte viene data discreta importanza. Col suo look caleidoscopico e le diverse potenzialità dell’animazione originalmente declinate, Accidental Luxuriance of the Translucent Watery Rebus si configura innanzitutto quale film sperimentale, di ricerca, messo a punto attraverso una lucida (o magari “traslucida”, nella circostanza) visione estetica. E non soltanto per i richiami, esplicitati forse con eccessiva disinvoltura, al cinema di Cronenberg e di Tarkovskij; quanto piuttosto per la rielaborazione alquanto personale, allusiva, persino criptica, di un immaginario legato alle avanguardie operanti tra le due guerre mondiali, al Surrealismo, all’underground europeo e americano.

Le terre dell’ex Jugoslavia non sono del resto nuove a determinati impulsi artistici, basti pensare al piglio estremamente libero, visionario, anarcoide, presente in molti lavori di Karpo Godina. Ecco, rispetto a figure del genere, il croato Dalibor Barić dà però la sensazione di operare in modo fin troppo solipsistico, proprio perché lontano da un clima culturale come quello in cui si stagliavano le eccentriche parabole di Godina o di altri rappresentanti della Black Wave yugoslava; un clima magari repressivo, chiuso a livello socio-politico, ma anche per questo soggetto a spinte eversive sia sul piano dei contenuti che su quello prettamente linguistico. Ciononostante, la natura così claustrofobica, paranoide, da noi ravvisata in Accidental Luxuriance of the Translucent Watery Rebus, pare abbinarsi paradossalmente bene alla strana, distopica era che stiamo attraversando. Chissà, magari è proprio questa, la chiave del rebus?

“Rebus” è in ogni caso l’elemento del titolo di maggior presa. Non solo per la presenza in scena di chiari riferimenti iconografici, stile settimana enigmistica, ma per l’essenza stessa di un plot appena abbozzato e indubbiamente surreale, visionario, in cui l’accento posto sulle atmosfere gialle, mistery, delinea scenari da incubo orwelliano raffigurati però col tratto elegante di un noir anni ’40. “Oltre la sorveglianza, i detective, i regimi e l’alienazione c’è una piccola oasi di vita, sull’orlo dell’abisso ma stranamente coerente e indistruttibile“, così si è espresso l’autore a riguardo. E al netto di una certa verbosità, che a tratti sovraccarica pericolosamente di aspettative la visione dell’opera, pensiamo che tramite un flusso magnetico, sottilmente ansiogeno di immagini, questo fantasmagorico racconto di esseri umani in fuga da un controllo pervasivo e alienante qualche traccia sia riuscito a lasciarla, nella nostra memoria di spettatori.

Stefano Coccia

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