Immortal

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

La città sottile

Il sostrato filosofico di Immortal (titolo originale: Inmortal) è già di per sé precipuo motivo di interesse. Si va da I Ching, testo sacro cinese citato in apertura (con una sorta di Haiku a cementare le suggestioni di matrice orientale), fino ad una rielaborazione del Gatto di Schrödinger, il celebre paradosso, la cui sfrontata parafrasi prevede qui una dimensione urbana parallela ribattezzata Leteo e i suoi sbiaditi abitanti, ammessi lì dopo la loro dipartita. Già morti ma per certi versi ancora vitali, nonostante siano relegati a una condizione esistenziale opalescente, larvale, instabile, vacua.

Non a caso questa parabola cinematografica dal retrogusto metafisico ha luogo in una Buenos Aires decadente e spettrale. Spesso in Argentina, paese che nel proprio DNA ha un immaginario pesantemente condizionato dai desaparecidos e da altre tragiche scorie della dittatura, vi è l’impronta di personaggi misteriosamente scomparsi e delle più ardite distopie urbane a caratterizzare la scena contemporanea del fumetto, del cinema e della letteratura fantastica. L’esempio più calzante è per noi una gran bella pellicola del 1996 diretta da Gustavo Mosquera, Moebius, la quale flirtava ugualmente con il paradosso, mettendo in scena l’apparentemente inspiegabile sparizione di un convoglio della metropolitana e dei suoi passeggeri, con la detection affidata per l’occasione ad un giovane topologo.
Qui, invece, le ricerche sono affidate alla figlia di uno dei primi “residenti” di Leteo, una ragazza proveniente da Roma, dove si trovava precedentemente per lavoro; ed appare così ancor più emblematico che il regista stesso, Fernando Spiner, abbia studiato parecchi anni fa proprio in Italia, al Centro Sperimentale di Cinematografia. Sempre riguardo all’autore, la cui passione di vecchia data per il fantastico è testimoniata da titoli come La sonámbula, recuerdos del futuro (1998), uno struggente culto della memoria e delle perdite famigliari sembra ispessire quel discorso filmico, che in filigrana mostra tanti potenziali riferimenti cinefili: dall’oceano di Solaris, così simile a come viene raffigurato il nucleo di Leteo, al collassare delle sue strutture che sa tanto di Inception e delle più recenti derive di Nolan; con l’ulteriore bonus rappresentato dalle imponenti architetture elegantemente virate in ocra.

Ecco, dell’affascinante lungometraggio presentato alla 20esima edizione del Trieste Science + Fiction Festival, un’edizione nella quale la pandemia e i provvedimenti del governo hanno reso Trieste “virtuale” quanto Leteo, è proprio il brusco collassare della dimensione parallela a lasciare un po’ di amaro in bocca. Fernando Spiner sembra avere un po’ troppa fretta al momento di liquidare i suoi umbratili personaggi e risolvere in parallelo la sottotrama noir. Peccato. Anche se poi le delicate implicazioni esistenziali fin lì prospettate e il così peculiare smalto visivo riescono, comunque, a sedimentare una forte impronta emotiva nello sguardo dello spettatore.

Stefano Coccia

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