Relic

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Paura, femminile

Australia. Un’anziana donna, Edna, affetta da una malattia senile, scompare misteriosamente dalla grande casa in cui abitava in solitudine. Accorrono in suo aiuto la figlia Kay e la nipote Sam.
Come si evince da queste brevi note diegetiche, peraltro relative all’incipit, Relic è un’opera dalla chiara declinazione al femminile. Perché donna è anche la regista del film, Natalie Erika James, qui al suo esordio nel lungometraggio dopo una fortunata serie di corti. Tre generazioni a confronto dunque, inserite nel contesto di un genere suscettibile di svariate chiavi di lettura come l’horror, per l’occasione rivisitato in modo sicuramente competente e intelligente. Tre donne a rappresentare in senso simbolico tre differenti stagioni dell’esistenza, “fotografate” in maniera impeccabile nelle rispettive insicurezze psicologiche derivanti dall’età attraversata.
Al fine di catturare subito il coinvolgimento dello spettatore, la James gioca sagacemente d’astuzia, disseminando il suo film di false piste attorno al mistero che grava sulla fantomatica assenza della donna. Una matriarca invischiata nella stregoneria sul modello di Hereditary? Oppure una vittima della possessione demoniaca che aleggia nella grande magione dove risiede, isolata dal resto della società? Mentre il mistero si dipana durante l’evolversi del plot – ad un certo punto la donna ricompare senza dare spiegazioni, così come sembrava svanita nel nulla – emerge il vero cuore pulsante di Relic, cioè la malattia osservata da una prospettiva quantomai insolita ed originale. Coincidente con l’ineluttabilità del dolore più assoluto, quello della perdita graduale di una persona così come essa era stata conosciuta ed amata dalla famiglia. L’orrore cinematografico, insomma, si fonde mirabilmente con quello della vita reale, risultando perciò di gran lunga più efficace di un qualsiasi film di genere con spaventi studiati a tavolino.
Si potrà obiettare che Relic – attenzione al significato della parola, reliquia, nello specifico messa in relazione con l’anziana signora ma non solo – proceda un po’ per blocchi narrativi non troppo legati tra loro. In questo caso però la scelta della regista e sceneggiatrice (con Christian White) Natalie Erika James appare assolutamente voluta e consapevole, messa in atto per aumentare il grado di disorientamento in chi guarda. Fino ad un epilogo “cronenberghiano” forse eccessivo e leggermente fuori contesto ma di indubbio impatto emotivo. Da non rivelare a nessun costo.
Un’opera prima, quella presentata nel corso della ventesima edizione del Trieste Science + Fiction Festival, capace di lasciare il segno, Relic. Alla cui riuscita contribuisce in maniera determinante un terzetto di performance attoriali assolutamente rimarchevoli. A cominciare dall’interpretazione, a dir poco inquietante, di Robyn Nevin nella parte dell’anziana Edna. ben assistita da una Emily Mortimer assai coinvolta nel ruolo di sua figlia Kay. E se anche Bella Heathcote (la nipote Sam) riesce ad offrire un’interpretazione convincente ben al di là delle proprie doti estetiche, appare chiaro come Relic acquisisca istantaneamente il diritto ad ambire ad una categoria cinematografica oltremodo superiore alla media. Se Natalie Erika James non ha esaurito, con questo lungometraggio, un discorso che evidentemente deriva da un doloroso vissuto personale, certamente ne risentiremo parlare. Poiché si è dimostrata capace di portare un genere da par suo tellurico come l’horror verso frontiere tutte da esplorare, tanto disturbanti quanto essenziali nel fornirgli nuova linfa.

Daniele De Angelis

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