Il sogno di Francesco

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

La solitudine del santo

Curioso film, questo Il sogno di Francesco, coproduzione italo-franco-belga diretta dalla coppia di registi transalpini composta da Renaud Fely e Arnaud Lovet. Originale perché non focalizza la propria attenzione esclusivamente sul celebre frate di Assisi, ma anzi usa il personaggio meno noto del suo seguace Elia da Cortona – anche voce narrante del film, a livello sia fisico che simbolico – per mettere a confronto senza necessariamente contrapporle due istanze differenti riguardo la Fede. Riuscendo così a coinvolgere nello stimolante “dibattito” che ne scaturisce anche i non credenti.
Siamo agli inizi del ‘200. La figura di Francesco (Elio Germano), non ancora santo, pencolava tra una visione idealistica e utopica del rapporto con Dio e la faticosa ottemperanza alle regole di una Chiesa rigidamente dogmatica, che non vedeva di buon occhio il concetto anarchico portato avanti con determinazione dal nativo di Assisi. Offrire se stessi per non ricevere nulla in cambio, comprendere senza dover essere a tutti i costi compresi. L’armonia naturale di un’esistenza all’insegna della fratellanza come imperativo assoluto, pronta solamente a ricevere ciò che Dio poteva regalare. Come ovvio tale visione si scontrò con la realtà della natura umana, affatto ricettiva ad un messaggio posto in questi termini e per giunta condotto con una certa dose di quello che, oggi, definiremmo un certo integralismo. Dal quale scaturirono conseguenze anche fortemente drammatiche, come ben illustrato dal film. Ecco allora che le teorie maggiormente intrise di pragmatismo – ad esempio quella di lavorare duramente la terra per combattere la povertà – di Elia Da Cortona (Jérémie Renier) finirono per raccogliere maggiori consensi, soprattutto in ambito ecclesiastico. Tanto da provocare in lui il tormento interiore di sentirsi una sorta di traditore dell’amato mentore. E la Storia successiva, non mostrata dal film, racconta di un suo approdo alla corte di Federico II di Svevia. Fino al ricongiungimento ai fratelli francescani in punto di morte e la sepoltura accanto alla salma di Francesco.
Risulterà insomma chiaro, da questi brevi cenni sul contenuto, che Il sogno di Francesco è un film certamente complesso, sfaccettato nelle sfumature religiose che mette in gioco. Il limite di un’opera che avrebbe avuto tutto il diritto di ambire allo status di capolavoro risiede invece in una messa in scena anonima e senza guizzi, che si limita a mostrare ciò che racconta senza aggiungervi quel surplus di stile in grado di farne un’opera completa e perciò indimenticabile. La coppia di registi francesi – anche sceneggiatori assieme a Julie Peyr – pare quasi intimorita dal rischio di portare il discorso iniziato fino al classico punto di rottura, magari rapportandolo implicitamente alla contemporaneità del nostro oscuro presente. Le domande sul sottile confine tra misticismo assoluto e mantenimento del libero arbitrio anche aderendo ad un qualsiasi verbo religioso rimangono così incompiute: Il sogno di Francesco risulta carente sia sul versante del realismo poetico di stampo rosselliniano (ricordiamo in materia Francesco, giullare di Dio, del 1950) che della discutibile ma stimolante visione postmoderna realizzata da Liliana Cavani in Francesco nel 1989. Fermandosi insomma in mezzo ad un simbolico guado per non volontà di prendere una direzione netta. Trascinando inoltre nell’indeterminatezza anche un ottimo interprete come Elio Germano, nell’occasione in palese difficoltà nel tratteggiare un personaggio che fatica ad uscire dalle convenzioni di una descrizione abbastanza convenzionale come quella offerta dal film.
Resta allora – e non è certo poco – l’interesse per quello che il lungometraggio suscita nella sua lettura in filigrana, ottima per stimolare dibattiti in serie; mentre al primo impatto spettatoriale rimane la sensazione di un’opera permeata di ottime intenzioni – con la nitida esposizione di una tesi religiosa arricchita dall’analisi obiettiva delle conseguenze che essa comporta – che però sembrano aver smarrito parte della loro vigoria in corso d’opera.

Daniele De Angelis

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