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Il mio nome è Nevenka

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VOTO: 7,5

Mai tacere, di fronte a un abuso

Stando a una prassi consolidata, per alcuni titoli di spicco della sempre più itinerante kermesse, anche Il mio nome è Nevenka (Soy Nevenka, 2024) di Icíar Bollaín, dopo aver debuttato nella capitale a maggio durante la 18a edizione de La Nueva Ola – Festival del Cinema Spagnolo e Latinoamericano, prosegue grazie a Exit Media il suo tour italiano destinato a toccare svariate località della penisola. Così da far nuovamente tappa a Roma. E per una assai felice scelta distributiva, ciò è avvenuto proprio in occasione di una ricorrenza simbolicamente importante, viste le tematiche esplorate nel film, ovvero la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Ben due dei tre eventi con ospiti che sono stati calendarizzati in questi giorni si trovano a ridosso di tale data, ovvero il 25 novembre: innanzitutto la proiezione del 24 al Cinema Teatro Don Bosco, quella cui ha assistito chi scrive, svoltasi alla presenza di alcune rappresentanti di Lucha y Siesta e della co-direttrice (in condominio con Federico Sartori) del già menzionato festival, Iris Martin-Peralta; a seguire, ecco spuntare il Cinema delle Provincie, dove la sera del 25 è intervenuta Giulia Rosa D’Amico di Mujeres nel Cinema, mentre più avanti ovvero giovedì 27 alle ore 18.30 sarà Be Free Cooperativa Sociale, sempre nella stessa location, a curare l’evento, con ospite in sala Barbara Leda Kenny – fondatrice di Libreria Tuba e gender expert della Fondazione Brodolini. Come a dire: quando la settima arte approccia determinate problematiche, “fare rete” resta un’opzione di grande rilievo. E contrariamente ad altri film “a tema” magari più modaioli e scontati, quello della cineasta iberica una tale attenzione senz’altro la merita, per la sincerità dell’approccio e per il suo stesso valore artistico.

Mai disposta a voltarsi dall’altra parte, di fronte alle questioni sociali e politiche più sentite nel proprio paese (o anche altrove), Icíar Bollaín è regista abituata a prendere di petto – con coraggio, ma anche senso della misura – questioni decisamente scottanti, vedi ad esempio le degenerazioni terroristiche dell’indipendentismo basco in Una donna chiamata Maixabel (Maixabel, 2021). Lì come in molte altre pellicole (tra cui El olivo, altro lungometraggio ammirato anni fa al Festival del Cinema Spagnolo e Latinoamericano) l’ispirazione le era giunta da episodi di natura drammatica realmente accaduti. Similmente è ancora una volta la realtà ad ispirare Il mio nome è Nevenka, tesissima opera cinematografica che pone al centro della narrazione Nevenka Fernández (una magnetica Mireia Oriol), giovane donna che tra la fine degli anni ’90 e il 2000 ebbe la fermezza di denunciare le molestie sessuali subite dal proprio datore di lavoro, quell’Ismael sindaco della loro cittadina, creando così un precedente importante.
Ciò che continua a piacerci del cinema di Icíar Bollaín è il saper prendere posizione senza ridurre il tutto a mera questione ideologica, facendo anzi emergere con naturalezza e dignità il versante più intimo, umano, delle singole storie. Tali qualità brillano qui con particolare nitore. Allorché lo stesso turbamento cui andò incontro Nevenka Fernández, la quale aveva inizialmente ceduto alle lusinghe del sindaco, per ritrovarsi poi intrappolata in una spirale di atteggiamenti morbosi dovuti al modus operandi di un uomo di potere portato ad imporsi attraverso manipolazioni psicologiche, chiamate telefoniche stalkerizzanti, mobbing e velate minacce, non era certo materia facile da portare sullo schermo. Poteva dare adito a fraintendimenti, in un senso o nell’altro.
E invece Icíar Bollaín vi è riuscita benissimo, partendo proprio dalla direzione degli (ottimi) attori: se la protagonista Mireia Oriol regge meravigliosamente una parte difficile, se a tutti i comprimari corrispondono interpreti con la predisposizione e il volto giusto, è proprio l’istrionismo patologico e narcisista di Ismael a trovare in Urko Olazabal, attore già impiegato dalla regista in Maixabel nel problematico ruolo dell’ex terrorista Luis Carrasco, un interprete a dir poco potente, impeccabile.

Non è solo però aver indovinato il casting a fare la forza de Il mio nome è Nevenka, sono anche i toni a essere quelli giusti, come anche la prossimità della macchina da presa ai personaggi, ai corpi, ai volti, tutto orchestrato agendo a livello registico sottotraccia, per sottrazione, così da assicurare verità e un genuino appeal emotivo a ogni situazione. Fino a quel confronto conclusivo in tribunale, che per la sensibilità con cui è stato girato e montato fa venire da solo la pelle d’oca.

Stefano Coccia

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