I dolori del giovane Riccardino
Per la sua opera prima dal titolo Il mio compleanno, presentata in concorso all’ottava edizione del Saturnia Film Festival dopo l’anteprima mondiale all’81esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia nell’ambito di “Biennale College Cinema”, Christian Filippi ha voluto e saputo attingere dal proprio vissuto, ma non sul piano autobiografico bensì da quello esperenziale, quello che lo ha portato a tramutare in materia narrativa, drammaturgica e audiovisiva profondamente vera, vibrante e personale, quanto visto con i suoi occhi e ascoltato con le sue orecchie in un periodo preciso della propria esistenza. La genesi della pellicola e della vicenda in essa narrata risalgono infatti a un laboratorio di scrittura che Filippi ha tenuto nelle case famiglia di Roma nel 2018. Quanto raccolto in quei momenti dalle narrazioni che i ragazzi, i tutor e gli assistenti sociali avevano condiviso con lui sono divenute poi, con il contributo in fase di scrittura di Anita Otto, le fondamenta che sorregge la storia di un difficile percorso di crescita, quello attraversato dal protagonista Riccardino, un ragazzo problematico che sta per compiere diciotto anni nella casa famiglia in cui vive e che da quattro è stato separato dalla madre, una donna con forti disturbi di personalità. Nonostante la premurosa e attenta guida della sua educatrice, che desidera per lui un futuro al sicuro, decide di scappare per raggiungere la genitrice per vivere con lei. Desiderio, questo, che dovrà presto scontrarsi con un’amara realtà, che lo porterà a fare una scelta difficile e dolorosa.
L’attento lavoro di documentazione e scrittura ha dato così forma e sostanza a una storia autentica e fortemente realistica, che si nutre di tematiche universali come i legami affettivi, il rapporto madre-figlio e il romanzo di formazione, per portare sul grande schermo le tappe del percorso di crescita ad ostacoli di un ragazzo che si sta affacciando al mondo degli adulti. Dai capitoli che ne scaturiscono emerge un duro “corpo a corpo” tra le speranze di un ragazzo e di un figlio dalle “difese immunitarie” molto basse con la cruda e dura realtà, quella che non fa sconti a nessuno, tantomeno a lui. La forza del film sta proprio in questo realismo mai edulcorato in cui le illusioni e e le speranze entrano in rotta di collisione la verità del quotidiano. Da questo “test drive” fuoriesce un magma incandescente di emozioni cangianti che accompagnerà lo spettatore nel corso della fruizione sin dalla primissima scena, nella quale dall’alto di un tetto Riccardino riversa su una folla di coetanei ed educatori un misto di rabbia, frustrazione e sofferenza. Il mio compleanno è in tal senso un fiume in piena nel quale i personaggi e con essi gli spettatori navigano a vista tra stati d’animo, sensazioni, sfumature e tonalità. Ecco allora alternarsi o mescolarsi senza soluzione di continuità gioie e dolori, speranze e delusioni, dolcezza e durezza, dramma e ironia. Il ché consente alla timeline di abbracciare, travolgere e al contempo immergere il pubblico in un giro di vite e in un valzer di emozioni ai quali abbandonarsi come fa il protagonista quando si lascia andare ai suoi balli.
Fondamentale in tal senso il modo in cui il regista capitolino con una macchina a mano e un pedinamento estenuante resta attaccato e dona centralità al personaggio principale sia nella scrittura che nella messa in quadro, tanto da riuscire a fare coincidere la realtà della storia con le illusioni dei pensieri del protagonista, facendoci entrare nella sua testa e percepire il mondo intorno come lo percepisce lui stesso. Lo fa visivamente in una maniera molto pratica, senza fronzoli tecnici, con un linguaggio essenziale e un rigore formale che per essenzialità e impatto diretto sfiorano il documentarismo e trasudano maturità registica. Il tutto in perfetta sintonia con le performance attoriali, a cominciare da quella intensa offerta da Zackari Delmas, capace di restituire il febbrile sali e scendi emotivo e caratteriale che ribolle nella mente e nel cuore del complesso personaggio che gli è stato affidato. Il suo Riccardino è un concentrato di implosiva e incontrollata rabbia giovanile, mescolata con i tumulti, le paure, le incertezze e un disperato bisogno epidermico di amare ed essere amato, oltre che di affetto incondizionato, che riporta la mente allo Steve di Mommy. A lui fa da coro una galleria di figure ben delineate e funzionali al racconto. Ed è sempre lui il vertice alto di una sorta di menage a trois materno e affettivo che coinvolge i personaggi dell’educatrice e la madre, dal quale deriva l’altro serbatoio emotivo del film e che ha potuto contare sulle interpretazioni altrettanto efficaci di Giulia Galassi e Silvia D’Amico.
Francesco Del Grosso









