Un canto che squarcia l’oscurità
Un incontro cruciale qualche anno fa con il regista Souleymane Drabo ha fatto in modo che Simon Panay iniziasse a lavorare nell’Africa occidentale, in particolare in Burkina Faso, laddove ha gradualmente sviluppato la sua voce cinematografica attraverso la realizzazione di una serie di cortometraggi e documentari. Tra questi ci sono il pluripremiato Nobody Dies Here, che esplora il mondo dell’estrazione artigianale dell’oro, e Si tu es un homme, girato in full immersion nella miniera di Perkoa. Ed è durante le riprese di quest’ultimo che il cineasta classe 1993 ho assistito al rituale che avrebbe poi dato vita al suo ultimo lavoro dal titolo The Boy With White Skin (L’enfant à la peau blanche), presentato in concorso all’ottava edizione del Saturnia Film Festival dopo la vittoria del premio come miglior film al Clermont-Ferrand International Short Film Festival 2025.
Il rituale in questione è l’uso di bambini albini durante la ricerca dell’oro nelle miniere, mandati sottoterra a cantare come augurio di buon auspicio. All’epoca di Si tu es un homme non gli fu permesso di filmarlo, poiché si temeva che l’incantesimo si sarebbe potuto spezzare. Ecco allora che Panay ha provato a immaginare in The Boy With White Skin cosa potrebbe accadere a uno di loro, costretto a scendere nelle viscere della terra di una miniera non meglio identificata del Senegal per portare a termine il delicato compito che un’antica tradizione popolare e i suoi antenati gli hanno affidato alla nascita. Il risultato è un frammento di realtà quanto di sogno, una visione personale di un mondo che l’autore conosce e che racconta ormai da dodici anni, un mondo che lo affascina tanto profondamente quanto lo turba. Una dicotomia che l’opera restituisce in tutta la sua potenza visiva mano a mano che la speranza e la paura aumentano con la discesa nel sottosuolo del giovanissimo protagonista (un intenso Boubacar Dembélé) e il suo avanzare con la luce di una torcia e il canto nell’oscurità.
The Boy With White Skin è a suo modo il capitolo breve di un romanzo di formazione, duro e poetico allo stesso tempo, ma è anche un viaggio nei miti, nelle leggende e nelle superstizioni di un piccolo villaggio africano. La scrittura e la messa in quadro lavorano su entrambi i piani, con Panay e la macchina da presa che, facendosi largo con maestria in spazi sempre più angusti e soffocanti, ci portano al seguito del piccolo Issa in un tour fisico ed emozionale che non può non lasciare un segno tangibile e indelebile del suo passaggio nel cuore, nella mente e nella retina dello spettatore di turno.
Francesco Del Grosso









