Il materiale emotivo

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5.0 Awesome
  • voto 5

Incontri inaspettati

Parigi. L’arte. Il teatro. Il fascino di una vecchia libreria. Le carte in regola per un’ambientazione perfetta ci sono tutte. E infatti, già in apertura, sembra proprio una piccola scenografia teatrale il set del lungometraggio Il materiale emotivo, ultima fatica di Sergio Castellitto nonché film d’apertura al Bif&st 2021. Tale lungometraggio, tra l’altro, ha anche una genesi molto particolare, che lo renderebbe parecchio promettente. Almeno sulla carta. Al di là, infatti, della coppia Castellitto/Mazzantini – rispettivamente alla regia e alla sceneggiatura – il film è tratto dalla sceneggiatura “Un Drago a Forma di Nuvola” di Ettore Scola (in collaborazione con Furio Scarpelli e Silvia Scola), da cui è stato sviluppato anche un romanzo a fumetti. Quale sarà stato allora il risultato finale? Presto detto.

La storia messa in scena è quella di Vincenzo (impersonato, appunto, da Castellitto), proprietario di una piccola libreria situata in una piazzetta nel cuore di Parigi e vicino a un teatro. L’uomo è separato da diverso tempo e vive proprio sopra la libreria insieme a sua figlia Albertine (Matilda De Angelis), costretta su una sedia a rotelle dopo un incidente e che per lo shock non parla più e non vuole mai uscire di casa. Un giorno, improvvisamente, irrompe in libreria Yolande (Bérénice Bejo), una giovane attrice che ha perso il suo cagnolino. Da quel giorno in avanti, la donna sarà una presenza fissa nella vita di Vincenzo.
Un piano sequenza iniziale che, non appena si apre un sipario teatrale ci conduce dapprima nella libreria di Vincenzo, poi, lentamente, nella stanza in cui vive sua figlia Albertine, fino a soffermarsi sui tetti di Parigi farebbe ben sperare in un lungometraggio dal gradito sapore rétro e dall’impronta che tanto ci ricorda proprio il cinema d’Oltralpe. E, di fatto, bisogna innanzitutto riconoscere a Il materiale emotivo che, fortunatamente, non ha fatto la fine di molti altri prodotti realizzati in Italia, i quali, malgrado gli intenti iniziali, finiscono inevitabilmente per assumere le sembianze di una fiction televisiva. I problemi, tuttavia, sono altri.
Innamorato di questo suo nuovo lavoro, ma – ahimé! – spesso piuttosto maldestro, Sergio Castellitto ha dato vita a una serie di personaggi con cui, nonostante tutto, il pubblico non riesce mai a empatizzare, che finiscono inevitabilmente per essere rappresentati alla stregua di macchiette e che, a causa di non poche forzature e manierismi (in questo caso ulteriormente accentuati da citazioni letterarie pronunciate dallo stesso Vincenzo) finiscono per perdere immediatamente di credibilità. In primis, c’è proprio il personaggio di Bérénice Bejo, che dovrebbe essere una donna “folle” ma estremamente affascinante, ma che, purtroppo, scade sovente nel ridicolo involontario, risultando spesso addirittura snervante. Nell’alchimia che si viene a creare tra lei e il protagonista non crede nessuno. Forse nemmeno lo stesso Castellitto. E quando si tratta di un lungometraggio a impostazione teatrale, si sa, sono proprio i personaggi – più che la messa in scena stessa, in questo caso accettabile, se non fosse per determinate scene oniriche – a reggere sulle loro spalle l’intero lavoro.
Sergio Castellitto, purtroppo, non riesce a centrare l’obiettivo. Nemmeno con inaspettati twist finali. Nemmeno con quell’ambientazione e quelle atmosfere così evocative che inizialmente ci avevano fatto ben sperare.

Marina Pavido

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